Il Parlamento europeo ha deciso di mettere ordine nell’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale, e lo fa con una piattaforma dedicata chiamata EPGenAI Hub. I test sono già partiti e l’attivazione vera e propria dovrebbe arrivare all’inizio di settembre. L’idea è semplice sulla carta ma delicata nella pratica: dare a eurodeputati e assistenti un accesso sicuro ai principali modelli AI presenti sul mercato, evitando che documenti riservati finiscano dove non dovrebbero. Peccato che questa scelta stoni parecchio con l’obiettivo dichiarato della sovranità tecnologica europea.
Accesso locale e cloud ai modelli AI
Chi lavora dentro il Parlamento europeo usa già gli strumenti di intelligenza artificiale, e non poco. Discorsi, interrogazioni parlamentari, perfino gli emendamenti passano spesso attraverso questi tool. Si parla di circa 2.100 persone, ovvero il 20% del totale. Il problema è evidente: basta poco per far circolare pubblicamente materiale confidenziale. Un attacco di tipo prompt injection, per esempio, potrebbe estrarre informazioni che dovevano restare segrete. Ecco perché a Bruxelles hanno pensato di regolamentare tutto con una piattaforma approvata ufficialmente.
Ma la sicurezza non è l’unica preoccupazione. C’è anche la questione della qualità del lavoro prodotto. Affidarsi troppo a questi strumenti significa aumentare il rischio di errori, come citazioni di norme che semplicemente non esistono. Sono le famose allucinazioni, uno dei limiti più fastidiosi di questa tecnologia. Per questo dovrebbero arrivare delle linee guida sull’uso corretto. Al momento, curiosamente, nessuno è obbligato a dichiarare quando ha usato l’AI per scrivere un testo.
Modelli americani e sovranità digitale
EPGenAI Hub punta almeno a chiudere la falla sulla sicurezza. La piattaforma appoggia i suoi modelli sull’infrastruttura interna del Parlamento europeo, ospitando localmente alcuni sistemi tra cui Llama di Meta, GPT-OSS di OpenAI e Mistral Small di Mistral AI. Chi vuole può anche usare chatbot che girano su server esterni, come ChatGPT di OpenAI e Claude di Anthropic. Tutto molto comodo, per carità.
Qui però la faccenda si complica. La scelta di puntare in gran parte su modelli sviluppati da aziende statunitensi sembra andare nella direzione opposta rispetto alla sovranità digitale tanto sbandierata. L’unica eccezione è la francese Mistral AI. Fa un certo effetto, considerando che proprio il Parlamento europeo di recente ha mandato in pensione Google sostituendolo con Qwant come motore di ricerca predefinito sui dispositivi istituzionali. Una coerenza che qui sembra un po’ venire meno.
L’ufficio stampa ha comunque fatto sapere che l’offerta dei modelli potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Il motivo? La crescente disponibilità di modelli open source europei, ospitati da provider cloud del vecchio continente che sono stati scelti di recente dalla Commissione europea. Insomma, la porta per un futuro più autonomo non è chiusa, anche se per ora l’impianto resta parecchio sbilanciato verso oltreoceano.