In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Trent’anni dopo l’uscita nelle sale, I ponti di Madison County continua a comparire nelle classifiche dei migliori film di Clint Eastwood e, allo stesso tempo, a dividere chi lo guarda oggi. Il film è disponibile nel catalogo di Prime Video, e basta rivederlo per capire perché quel finale faccia ancora discutere come il primo giorno. Arrivato al cinema nel 1995, tratto dal romanzo bestseller che Robert James Waller aveva pubblicato tre anni prima, il film ha messo d’accordo pubblico e critica: 4,2 stelle su 5 dagli utenti e il 90% di giudizi positivi sull’aggregatore Rotten Tomatoes.
La storia parte dal presente, con la morte di Francesca Johnson, interpretata da Meryl Streep. I figli, leggendo i diari della madre, scoprono il motivo di una richiesta che sulle prime sembrava incomprensibile: essere cremata e vedere le proprie ceneri disperse dal ponte Roseman. Da lì il racconto torna indietro agli anni Sessanta, in una fattoria dell’Iowa dove Francesca, quarantenne, resta sola per qualche giorno perché marito e figli sono partiti per una fiera agricola. Il caso le fa incontrare Robert Kincaid, fotografo interpretato dallo stesso Eastwood, arrivato in zona per fotografare i ponti coperti in legno per conto di una rivista. Prima l’amicizia, poi qualcosa di molto più intenso. E la domanda che regge tutto il film: restare con la famiglia oppure seguire quel sentimento improvviso.
Tre registi persi per strada e una telefonata decisiva
Il dettaglio meno noto è che Eastwood, all’inizio, doveva soltanto recitare. Alla regia era stato vicinissimo nientemeno che Steven Spielberg, che con lui aveva lavorato gomito a gomito a una delle riscritture della sceneggiatura. Poi il progetto si è impantanato: tre registi e quattro sceneggiatori rimasti per strada, tempi che si allungavano, il rischio concreto che tutto finisse nel dimenticatoio. Eastwood cominciò a spazientirsi e lo disse chiaramente all’allora presidente di Warner Bros., Terry Semel. “Hanno già perso abbastanza tempo. Tutti finiranno per dedicarsi ad altro”, si lamentò. La risposta arrivò sotto forma di proposta: “Che ne dici di dirigerlo tu?”. Lui chiese ventiquattro ore per pensarci.
Ci ragionò, prese alcune decisioni e accettò. L’obiettivo, spiegò poi, era uno solo: non tradire la semplicità del romanzo. “Non volevo cercare di imbrogliare o fare qualcosa di sofisticato, perché qualunque sia quella magia, se riusciamo a portarla sullo schermo abbiamo catturato l’essenza”. Il risultato è uno dei titoli più solidi della sua carriera e anche un successo commerciale notevole, con incassi intorno ai 170 milioni di euro a fronte di un budget di circa 20 milioni. In più una candidatura all’Oscar per Meryl Streep, la cui scelta come protagonista non aveva convinto quasi nessuno tranne, appunto, il regista.
Il set silenzioso e il finale che continua a dividere
Sul set il clima, a sentire la Streep, non era esattamente caloroso. “Non mi ha rivolto la parola per la prima metà del film, e la cosa cominciava ad allarmarmi”, ha raccontato l’attrice a proposito dell’esperienza con Eastwood regista. Poi un giorno la spiegazione, asciutta come ci si aspetterebbe da lui: “Sai, non parlo molto a meno che qualcosa non mi piaccia”. L’attrice ricorda anche l’unica volta in cui lo ha visto davvero arrabbiato su un set, con una sfuriata talmente forte da lasciare la troupe sotto shock.
Resta il nodo del finale, che è poi il motivo per cui I ponti di Madison County viene ancora tirato in ballo nelle discussioni. Per una parte del pubblico la rinuncia di Francesca alla propria felicità è un gesto d’amore e di responsabilità, coerente con la condizione femminile dell’epoca raccontata. Per altri il film porta con sé un messaggio che romanticizza il sacrificio della donna e la scelta di piegarsi a una vita tradizionale.








