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Tre escursionisti hanno dovuto chiamare i soccorsi su una montagna della California dopo aver pianificato la loro salita con Gemini, e il motivo è tanto banale quanto istruttivo: il chatbot aveva suggerito loro di portare molto meno cibo e molta meno acqua di quanto ne servisse davvero. Un errore di calcolo che sulla carta sembra piccolo, ma che in quota si trasforma rapidamente in un problema serio, specie quando cala il buio e la strada di ritorno non si trova più.
La vicenda arriva dal Monte Shasta, cima che raggiunge i 14.179 piedi, ovvero 4.322 metri, una delle montagne più imponenti dello stato. I tre uomini si sono persi e hanno passato la notte all’aperto, prima di essere recuperati dalle squadre di emergenza. Alle autorità hanno raccontato di aver organizzato tutta l’escursione affidandosi a Google Gemini, dalla pianificazione del percorso alle scorte da mettere nello zaino.
Quando l’intelligenza artificiale diventa una guida di montagna improvvisata
Il punto non è che l’intelligenza artificiale sia inutile per organizzare un viaggio. Un sacco di persone ormai la usano per costruirsi un itinerario, per farsi consigliare un ristorante o per capire quanto tempo serve a spostarsi da un punto all’altro. Il problema nasce quando il consiglio riguarda qualcosa che ha a che fare con la sopravvivenza, e in quel caso la differenza tra un’informazione approssimativa e una corretta pesa parecchio.
Una salita di quel tipo richiede una valutazione fatta da chi conosce il terreno, le condizioni meteo del momento, il livello di allenamento di chi cammina. Sono variabili che un modello linguistico non può verificare sul campo, per quanto le sue risposte suonino sicure e ben scritte. E qui sta la trappola: il tono è sempre convincente, la forma è impeccabile, ma la sostanza può essere del tutto sbagliata. Chi legge tende a fidarsi proprio perché la risposta arriva pulita, ordinata, senza esitazioni. Nel caso del Monte Shasta, la quantità di acqua e di viveri consigliata si è rivelata insufficiente. Un dettaglio che in pianura si risolve con una sosta al bar, mentre a oltre quattromila metri diventa la variabile che decide se una giornata finisce bene o finisce con l’elicottero.
Perché conviene sempre verificare quello che dice un chatbot
Il caso dei tre escursionisti non è un atto d’accusa contro la tecnologia, quanto un promemoria abbastanza chiaro su come vada usata. Un chatbot può essere un buon punto di partenza per farsi un’idea generale, ma la verifica resta un passaggio obbligato. Le informazioni su percorsi di montagna esistono già, aggiornate e curate da chi quei sentieri li conosce, e passano attraverso i servizi di guardia forestale, le associazioni locali, le guide alpine.
Affidarsi ciecamente a un algoritmo per calcolare scorte di cibo e acqua significa saltare il controllo più importante, quello del buon senso. Nessuna azienda che sviluppa questi strumenti li presenta come sostituti di un consulente esperto, e in effetti sui rischi legati a risposte imprecise le avvertenze ci sono, anche se raramente qualcuno le legge davvero.
I tre uomini sono stati recuperati e la storia si è chiusa senza conseguenze gravi. Resta il fatto che una notte passata a cercare la via del ritorno su una montagna di 4.322 metri, con lo zaino mezzo vuoto, è un prezzo alto da pagare per una pianificazione affidata a un assistente digitale. L’intervento dei soccorsi ha permesso di riportarli a valle dopo che erano rimasti bloccati fuori per l’intera notte.








