Chi ha vissuto quegli anni lo sa bene: l’attesa per GTA San Andreas è stata qualcosa di irripetibile, un fenomeno che difficilmente potrà tornare a ripetersi con la stessa intensità. L’hype per GTA 6 oggi è altissimo, questo è fuori discussione. A tredici anni dall’uscita dell’ultimo capitolo firmato Rockstar Games, sono milioni i giocatori che scalpitano all’idea di rimettere le mani su un nuovo episodio del franchise action open world. Eppure c’è una differenza sottile ma enorme, e riguarda proprio il modo in cui quell’attesa veniva vissuta.
Perché parliamoci chiaro, l’entusiasmo che noi millennials abbiamo provato tra il 2003 e il 2004 aspettando San Andreas aveva un sapore tutto suo. Non c’erano i social a bombardare di informazioni ogni cinque minuti, non esistevano i leak a getto continuo, non c’era la possibilità di sapere praticamente tutto ancora prima di premere il tasto start. L’immaginazione faceva la sua parte, e faceva un gran bel lavoro.
Perché quell’hype era davvero diverso da tutto il resto
Il punto è che San Andreas arrivava in un momento in cui ogni novità tecnica sembrava un piccolo miracolo. Le innovazioni che Rockstar portò all’epoca erano enormi, roba mai vista prima in un videogioco action open world. Una mappa gigantesca, tre città diverse da esplorare, la possibilità di far cambiare fisicamente il protagonista, decine e decine di attività secondarie. Cose che oggi diamo per scontate, ma che allora facevano letteralmente cadere la mascella.
E poi c’era l’attesa fisica, quella vera. Si andava in negozio, si prenotava la copia, si segnava la data sul calendario e si contavano i giorni. Non era un download, non era un preordine digitale con un clic. Era un rituale. Questo tipo di trepidazione, legata anche a un modo diverso di consumare i videogiochi, è qualcosa che GTA 6 per quanto colossale non potrà mai riprodurre. Non per colpa sua, semplicemente perché il mondo è cambiato.
Oggi sappiamo troppo, vediamo troppo, anticipiamo troppo. L’effetto sorpresa si è quasi dissolto, sacrificato sull’altare dell’informazione istantanea. Chi ha aspettato San Andreas in quegli anni ricorda ancora la sensazione di ignoto totale che accompagnava ogni nuova rivelazione, ogni screenshot che appariva sulle riviste specializzate. Immagini stampate su carta, non pixel su uno schermo dello smartphone.
Attenzione, questo non significa che il nuovo capitolo deluderà. Anzi, le premesse per un titolo eccezionale ci sono tutte, e i numeri parlano da soli. Ma l’esperienza emotiva dell’attesa, quella componente quasi romantica del non sapere, appartiene a un’epoca precisa. Un’epoca in cui Rockstar Games costruiva il mito dei suoi giochi con molta più lentezza e molto più mistero.
I millennials che hanno vissuto quel periodo custodiscono un pezzo di storia del videogioco che le nuove generazioni faticano perfino a immaginare. E va bene così, perché ogni epoca ha i suoi codici, le sue emozioni, il suo modo di aspettare qualcosa di grande. GTA San Andreas resta lì, cristallizzato in un momento irripetibile, con quell’aura che nessun sequel, per quanto ambizioso, potrà mai ricreare del tutto.


