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Grotta di Font-de-Gaume: un carbone svela l’età delle pitture rupestri

Un pezzetto di carbone rimasto nascosto per millenni ha permesso di stabilire con precisione l’età delle pitture rupestri custodite nella grotta di Font-de-Gaume, in Dordogna, nel sud ovest della Francia. Per la prima volta gli studiosi sono riusciti a datare in modo affidabile due immagini nere, un bisonte e una figura simile a una maschera, scoprendo che alcune parti di questi disegni sono state realizzate in epoche lontanissime tra loro. Un risultato che apre una porta nuova sul modo in cui ricostruire quando gli esseri umani entrarono in queste caverne decorate, dipinsero e poi tornarono per modificare o aggiungere qualcosa.

Perché le pitture dell’era glaciale sono così difficili da datare

La Dordogna ospita alcune delle più celebri testimonianze di arte preistorica in Europa, comprese le pitture di Lascaux. Eppure stabilire con esattezza quando molte di queste immagini siano state create è sempre stato un rompicapo. La datazione al radiocarbonio funziona misurando il carbonio 14, una forma radioattiva del carbonio che scompare gradualmente dopo la morte di un organismo. Il carbone, essendo materiale organico bruciato, spesso può essere datato con questo metodo. I pigmenti minerali invece di solito non contengono carbonio, quindi non si prestano allo stesso tipo di analisi.

Per anni si è creduto che molte pitture nere della zona fossero fatte interamente di ossidi di ferro e manganese. Questi minerali naturali producono tonalità scure, ma non contengono il carbonio organico necessario per la datazione. Di conseguenza quelle opere erano considerate impossibili da datare direttamente. Nessuno però aveva mai dimostrato in modo definitivo che nei pigmenti non ci fosse davvero carbonio.

La caccia al carbone nascosto nel pigmento

Per vederci chiaro i ricercatori hanno analizzato la composizione chimica delle due figure nere di Font-de-Gaume. Una raffigura un bisonte, l’altra è quella che di solito viene descritta come una maschera. Il team ha usato la microspettrometria Raman e l’imaging iperspettrale, due tecniche che permettono di identificare i materiali senza danneggiare in modo visibile le pitture. La prima sfrutta la luce per osservare come vibrano le molecole, producendo una specie di firma chimica. La seconda registra minime differenze di colore e di luce riflessa in ogni punto dell’immagine, così da capire quali composti siano presenti.

Entrambi i metodi hanno rivelato tracce di carbone nel pigmento nero. E c’era un dettaglio importante, il carbone risultava distribuito in modo uniforme lungo le linee scure delle figure. Questo indicava che il carbonio faceva parte del pigmento originale e non era una contaminazione lasciata da graffiti recenti, visitatori o attività turistica dentro la grotta.

Micro campioni che svelano epoche diverse

Una volta confermata la presenza del carbone, i ricercatori hanno ottenuto un permesso eccezionale per prelevare campioni piccolissimi da sottoporre alla datazione al carbonio 14. Lavorare con così poco materiale è tecnicamente difficile, bisogna raccogliere carbonio a sufficienza per una misurazione affidabile togliendo il meno possibile dall’immagine antica. I risultati hanno confermato che il bisonte risale al Paleolitico superiore, la fase più tarda dell’età della pietra antica, quando gli esseri umani anatomicamente moderni realizzarono molte delle pitture rupestri più famose d’Europa. Nello specifico il bisonte è stato dipinto tra 13.461 e 13.162 calBP, dove calBP significa anni calibrati prima del presente, con il presente fissato convenzionalmente al 1950. La datazione al radiocarbonio va calibrata perché la quantità di carbonio 14 nell’atmosfera è cambiata nel tempo, influenzata anche dall’attività solare e dalle variazioni del campo magnetico terrestre. La nuova data colloca il bisonte leggermente più tardi rispetto alle stime precedenti.

La maschera ha dato un esito ancora più intricato. Campioni presi da parti diverse della figura hanno restituito tre intervalli distinti. Una sezione è stata datata tra 8.993 e 8.590 calBP, un’altra tra 15.981 e 15.121 calBP, una terza tra 15.297 e 14.246 calBP. Segnali che l’immagine potrebbe contenere elementi realizzati in momenti molto lontani tra loro. Altro che opera di un singolo artista in un’unica visita, la maschera sembra conservare più episodi di attività artistica separati da migliaia di anni. Un quadro più stratificato dell’arte rupestre preistorica, dove le grotte decorate non sempre venivano completate in un solo periodo. Alcune sono rimaste luoghi carichi di significato, che comunità successive tornavano a visitare, modificare o reinterpretare.

Lo studio, guidato da una ricercatrice del Laboratoire de développement instrumental et de méthodologies innovantes pour les biens culturels e pubblicato su PNAS, ha riunito specialisti di diverse istituzioni scientifiche e culturali francesi. Combinando l’imaging chimico con misurazioni al radiocarbonio molto sensibili, il team ha messo a punto un metodo applicabile ad altre figure preistoriche finora ritenute impossibili da datare. Date più precise potrebbero aiutare a capire quali pitture appartengono allo stesso periodo, come cambiarono gli stili e se generazioni di persone tornarono più volte in certe caverne.

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