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Google Pixel, strategia Attack nel 2026 e addio alla Cina

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Dentro Google la parola d’ordine per i Pixel nel 2026 è una sola, e non lascia molto spazio all’interpretazione: crescere, costi quel che costi. A questa strategia si affianca un secondo movimento, meno rumoroso ma altrettanto pesante, ovvero l’uscita definitiva dalla Cina come base produttiva. Un quadro fatto di numeri, obiettivi di spedizione e catene di fornitura che racconta un’azienda decisa a smettere di recitare la parte della comparsa nel mercato degli smartphone.

La formula usata internamente, secondo una fonte vicina ai piani dell’azienda, è quasi militare: “la strategia per il telefono Pixel quest’anno è: Attack. Ci è stato detto che i Pixel devono mantenere il loro slancio di crescita nelle spedizioni a tutti i costi”. Detta così suona come uno slogan da riunione motivazionale, ma dietro c’è una traiettoria concreta che va avanti da qualche anno.

Dodici milioni di Pixel e l’asticella che si alza

Nel 2025 Google ha spedito circa 12 milioni di Pixel. Per capire il peso di quel numero basta guardarsi indietro: fino a poco tempo fa il marchio faticava a superare quota 7 o 8 milioni di unità, restando confinato in una nicchia di appassionati e addetti ai lavori. Adesso l’obiettivo per il 2026 è una crescita compresa tra l’8 e il 10%, che porterebbe la stima intorno ai 13 milioni di pezzi.

Niente che possa impensierire Samsung o Apple, sia chiaro. Ma la direzione conta più della distanza in classifica, e la direzione qui è una sola. Il problema, semmai, è che crescere oggi significa fare i conti con una crisi delle memorie che ha già lasciato il segno sui listini dei Pixel 11, con componenti sempre più costosi e fornitori in posizione di forza.

La contromossa di Google è di quelle che solo un colosso può permettersi: aggregare gli ordini dei componenti destinati agli smartphone con quelli del business cloud. In pratica, presentarsi al tavolo delle trattative con volumi molto più grandi di quelli che servirebbero per la sola divisione telefoni, e da lì spuntare condizioni migliori. Una tattica da grande azienda, non da produttore di nicchia che compra chip a spizzichi.

Vietnam e India al posto della Cina entro il 2027

L’altro fronte è quello produttivo, e qui il piano non nasce oggi. Lo spostamento delle fabbriche fuori dalla Cina va avanti da anni, ma ora ha una data sul calendario: entro il 2027 tutti i Pixel, gli smartwatch e gli auricolari dovranno essere prodotti altrove, con Vietnam e India come destinazioni principali.

La serie Pixel 11 rappresenta il banco di prova già superato. È stata sviluppata e assemblata interamente in Vietnam, e il risultato ha convinto Google a estendere il trasferimento all’intero catalogo hardware. Quando una linea di prodotto complessa funziona senza intoppi in un nuovo stabilimento, il rischio percepito per tutto il resto si abbassa parecchio.

Vale la pena notare come i due obiettivi si intreccino. Spingere sui volumi mentre si riorganizza l’intera catena di fornitura non è esattamente la manovra più semplice, perché ogni spostamento di produzione porta con sé tempi di rodaggio, formazione del personale locale e logistica da ricostruire. Google sembra aver deciso che il momento giusto sia adesso, con la serie Pixel 11 a fare da apripista e il resto della gamma a seguire nei mesi successivi.

Il messaggio che arriva da Mountain View, insomma, è quello di un’azienda che ha smesso di considerare l’hardware un esperimento collaterale. Le spedizioni devono salire, i costi vanno tenuti a bada con il peso contrattuale del gruppo intero e la produzione deve trovare casa lontano dalla Cina entro il 2027.

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