Otto anni di battaglie legali, tre gradi di giudizio e nemmeno una vittoria per Google, che ha esaurito ogni ricorso contro la maxi multa Android. I 4,1 miliardi di euro sono ormai dovuti in via definitiva, in un contesto dove le regole del gioco sono già cambiate parecchio. Il 18 luglio 2018 la Commissione europea aveva inflitto al colosso di Mountain View la sanzione antitrust più pesante della sua storia, 4,34 miliardi di euro, per aver blindato Android a vantaggio del proprio motore di ricerca. Quasi otto anni dopo, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiuso la partita. Il ricorso di Google e Alphabet è stato respinto e la sanzione, ridotta a 4,124 miliardi nel 2022, viene confermata dalla massima autorità giudiziaria del continente.
Perché Google doveva 4 miliardi all’Europa
La vicenda affonda le radici in pratiche avviate già dal 2011, quando lo smartphone stava diventando la porta d’accesso principale a Internet. Per poter usare il Play Store, i produttori di telefoni erano obbligati a preinstallare il motore di ricerca di Google e il browser Chrome, un pacchetto che non si poteva scindere. Alcuni ricevevano pure dei pagamenti in cambio dell’esclusiva sulla ricerca, e a tutti era vietato vendere dispositivi con versioni alternative di Android. Bruxelles ci ha visto un sistema costruito apposta per proteggere la rendita pubblicitaria del gruppo, in un periodo in cui l’Internet mobile stava esplodendo.
Quello che è seguito è una vera e propria guerra di trincea giudiziaria, un contenzioso più vecchio di parecchi telefoni Android ancora in circolazione. La procedura si apre nel 2015, la multa arriva nel 2018, il Tribunale dell’Unione la riduce leggermente nel settembre 2022 annullando uno dei capi d’accusa. L’avvocata generale della Corte raccomanda poi il rigetto del ricorso nel giugno 2025. La sentenza del 2 luglio segue questa indicazione, la Corte respinge il ricorso e conferma la sanzione così come rivista. Sommando i casi Shopping, AdSense e pubblicità online, il conto europeo di Google si avvicina ormai agli 11 miliardi di euro di multe accumulate in dieci anni.
Una vittoria per un mondo che non esiste più
Ecco il paradosso di questa sentenza, risolve una controversia il cui scenario è stato smantellato da un pezzo. Le pratiche sanzionate risalgono agli anni tra il 2011 e il 2018, e nel frattempo Android ha cambiato volto in Europa, schermate di scelta del motore di ricerca comprese. Soprattutto, c’è stato di mezzo il DMA. Il regolamento europeo impone ormai i suoi obblighi ai colossi prima dell’infrazione, senza aspettare che una denuncia salga tre piani di tribunali, e Apple come Meta ne hanno già fatto le spese. L’antitrust classico, al confronto, sembra un arbitro che fischia il fallo a partita finita e stadio ormai smontato.
Il contesto transatlantico dà alla decisione un sapore particolare. Donald Trump il mese scorso ha minacciato di imporre dazi del 100 per cento ai Paesi che applicano una tassa digitale alle aziende americane, con Francia e Spagna in prima fila. L’ambasciatore statunitense presso l’Unione, dal canto suo, esorta regolarmente Bruxelles a non esagerare con le regole. La Corte ha deciso in punta di diritto, nel momento migliore o peggiore a seconda del lato dell’Atlantico da cui si guarda.
Per chi usa Android, domani mattina non cambierà nulla, le schermate di scelta esistono già e Google non staccherà la spina a Chrome per ripicca. Alphabet passerà alla cassa e supererà il colpo. Bruxelles, invece, porta a casa soprattutto la lezione di questi otto anni di procedura, che è troppo lunga. Il DMA è nato esattamente per questo.