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Fusione nucleare, Helion venderà energia a Microsoft già nel 2028

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La fusione nucleare commerciale ha smesso di essere una promessa vaga da laboratorio e si è trasformata in una gara con scadenze precise, contratti firmati e cantieri aperti. Il progetto pubblico più noto, ITER, continua a crescere nella località francese di Cadarache, ma le previsioni di EUROfusion e dei suoi partner parlano chiaro: le prime centrali commerciali derivate da quel programma internazionale non arriveranno prima degli anni Sessanta di questo secolo. Come minimo. Nel frattempo, però, due aziende private americane hanno alzato la mano e detto che ci arriveranno molto prima. Molto, molto prima.

Le due realtà in questione sono Commonwealth Fusion Systems e Helion Energy. La prima è nata da professori e ricercatori del MIT, la seconda ha alle spalle investitori pesanti del mondo tech, tra cui Sam Altman, che ne è anche presidente, Dustin Moskovitz, cofondatore di Facebook, e SoftBank. Non si tratta di startup improvvisate, insomma. E il dettaglio che rende la faccenda davvero interessante è un accordo già siglato: Helion venderà a Microsoft elettricità prodotta da un reattore a fusione nel 2028. Fra due anni.

Fusione nucleare: perché queste due aziende non stanno solo facendo annunci

Vale la pena ricordare una distinzione che spesso salta: ottenere reazioni di fusione non significa affatto essere in grado di produrre elettricità con quella tecnologia. Diversi reattori sperimentali, dal JET britannico al giapponese JT 60SA, passando per il TFTR statunitense e l’EAST cinese, hanno generato reazioni di fusione senza mai immettere un solo kilowattora in rete. Commonwealth Fusion Systems e Helion invece si sono impegnate proprio su quel punto, con l’obiettivo di portare elettricità da fusione nella rete elettrica prima del 2035.

Le strade scelte, però, sono agli antipodi. Quella di Helion è la più radicale. L’azienda sta costruendo Orion, la sua macchina, a Malaga, nello stato di Washington, e da giugno dispone delle licenze statali legate alla gestione dei materiali radioattivi e delle emissioni. L’impegno preso con Microsoft non riguarda semplicemente il generare reazioni entro due anni, ma l’avvio operativo di una centrale a fusione commerciale.

Il cuore di Orion non è un tokamak tradizionale. Si basa sulla tecnologia a campo invertito, sigla FRC, che punta a trasformare direttamente in elettricità una parte dell’energia liberata dalle reazioni. Un approccio che salta a piè pari il ciclo classico fatto di acqua riscaldata, vapore e turbina che gira. Helion ha già annunciato di aver prodotto energia di fusione impiegando nuclei di deuterio e trizio e di aver sostenuto una temperatura del plasma di 150 milioni di gradi Celsius con il prototipo Polaris. Ora tocca a Orion.

SPARC, ARC e la strada del MIT

Dall’altra parte c’è SPARC, il reattore che Commonwealth Fusion Systems sta costruendo in Massachusetts. Qui il tokamak c’è eccome, ma con una differenza sostanziale: magneti superconduttori ad alta potenza e alta temperatura che, secondo le simulazioni dei ricercatori del MIT, riescono a tenere sotto controllo le turbolenze responsabili della destabilizzazione del plasma. Martin Greenwald, vicedirettore del centro del MIT dedicato alla fusione nucleare e tra i fondatori dell’azienda, spiega che l’energia necessaria a questi magneti per generare il campo magnetico di confinamento è molto inferiore a quella richiesta da altre soluzioni magnetiche, ITER compreso.

SPARC resta comunque una macchina sperimentale, non pensata per produrre corrente. L’elettricità arriverà con ARC, acronimo di Affordable, Robust, Compact, che raccoglierà tutto quanto imparato con SPARC per diventare un impianto capace di immettere in rete circa 400 MW netti, stando ai numeri dichiarati dall’azienda stessa. L’orizzonte indicato è l’inizio degli anni Trenta, il che significa avere la macchina pronta entro quattro o cinque anni.

Due elementi rendono la scommessa credibile. Commonwealth Fusion Systems ha pubblicato decine di articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria a sostegno della propria tecnologia, e ha firmato contratti con Google ed Eni legati proprio all’operatività di ARC.

Le sfide sul tavolo restano enormi, dalla stabilizzazione del plasma ad altissima temperatura contenente i nuclei di deuterio e trizio fino allo sviluppo dell’acciaio necessario a rivestire la parete interna della camera a vuoto.

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