Nella zona di esclusione di Chernobyl, là dove la vita umana si è fermata quasi quarant’anni fa, qualcosa continua a crescere. E non si tratta di piante resistenti o animali selvatici tornati a popolare le foreste abbandonate. Si parla di un fungo nero che non solo resiste alle radiazioni, ma potrebbe addirittura ricavarne energia. Una scoperta che ha lasciato di stucco la comunità scientifica e che apre scenari davvero difficili da immaginare fino a poco tempo fa.
Il protagonista di questa storia si chiama Cladosporium sphaerospermum, un organismo microscopico rinvenuto sulle pareti del reattore numero 4, quello esploso nel 1986 durante il più grave disastro nucleare della storia. Questo fungo nero è stato individuato già negli anni Novanta, ma solo negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a capire davvero cosa lo rende così speciale. La chiave sta nella melanina, lo stesso pigmento che protegge la pelle umana dai raggi ultravioletti. Solo che in questo caso la melanina farebbe qualcosa di molto più radicale: convertirebbe le radiazioni gamma in energia chimica utile alla crescita dell’organismo.
Il meccanismo che ricorda la fotosintesi
Il processo è stato ribattezzato radiosintesi, per analogia con la fotosintesi delle piante. Se le piante usano la luce solare per produrre nutrimento, questo fungo nero sembrerebbe fare qualcosa di concettualmente simile con le radiazioni ionizzanti. In pratica, la melanina presente nelle cellule del fungo assorbe la radiazione e la trasforma in energia metabolica. È un concetto che suona quasi fantascienza, eppure diversi studi condotti in laboratorio hanno confermato che Cladosporium sphaerospermum cresce più velocemente quando esposto a livelli elevati di radiazione rispetto a condizioni normali.
Esperimenti condotti persino sulla Stazione Spaziale Internazionale hanno mostrato che il fungo nero riesce ad assorbire una parte significativa delle radiazioni cosmiche presenti nell’ambiente, fungendo quasi da scudo biologico. Questo dettaglio ha acceso l’interesse delle agenzie spaziali, perché uno strato sottile di questo organismo potrebbe teoricamente proteggere gli astronauti durante missioni di lunga durata, come quelle verso Marte.
Le applicazioni possibili, dallo spazio alla Terra
Le potenziali applicazioni vanno ben oltre lo spazio. Alcuni ricercatori stanno studiando la possibilità di utilizzare funghi ricchi di melanina per la bonifica di aree contaminate da materiale radioattivo. Se davvero la radiosintesi funziona come ipotizzato, questi organismi potrebbero contribuire a ridurre i livelli di radiazione in zone come Chernobyl o Fukushima, trasformando un problema ambientale enorme in una risorsa biologica.
C’è anche chi sta esplorando l’idea di sviluppare materiali ispirati alla melanina fungina per creare schermature protettive più leggere e sostenibili rispetto a quelle tradizionali in piombo. L’industria farmaceutica, dal canto suo, guarda con curiosità alle proprietà antiossidanti della melanina prodotta da questi funghi neri, valutandone possibili impieghi in ambito medico.