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Un cratere largo circa 25 chilometri, nascosto nel nulla del Canada settentrionale, è finito sotto gli occhi di un appassionato di astronomia che stava semplicemente studiando il percorso di un’escursione su Google Maps. Non una missione scientifica, non un satellite dedicato, non un radar sofisticato. Soltanto una mappa aperta sullo schermo e la curiosità di chi guarda le cose con un po’ più di attenzione della media. Il protagonista della vicenda è Joël Lapointe, astronomo amatoriale, che verso la fine del 2023 ha notato una forma strana, troppo regolare per essere un caso, in mezzo al paesaggio del Québec.
Quella depressione, come è stato poi accertato, è il segno lasciato dall’impatto di un meteorite caduto circa 390 milioni di anni fa. Un tempo talmente lontano da rendere quasi comica la sproporzione tra l’evento e lo strumento con cui è stato individuato, cioè la stessa applicazione che di solito si consulta per capire dove parcheggiare o quanto traffico c’è sulla tangenziale.
Come un’escursione si è trasformata in una scoperta scientifica
La cavità si trova nella zona nord occidentale del Canada, nella provincia del Québec, e oggi è raggiungibile anche in versione virtuale attraverso le mappe online. Il sito ha ricevuto un nome preciso, Uhackatik, scelto dai ricercatori dopo essersi confrontati con la popolazione locale degli Ekuanitshit. Si tratta di un termine che arriva dalla lingua innu, un dettaglio che dice parecchio sul modo in cui è stata gestita l’intera vicenda, senza appiccicare al cratere un’etichetta calata dall’alto.
Il percorso dalla segnalazione alla conferma ufficiale, però, non è stato né breve né automatico. Individuare un’anomalia su una mappa satellitare è una cosa, dimostrare che quella forma circolare sia davvero la cicatrice di un impatto cosmico è un’altra faccenda. Servono geologi, servono campioni, serve tempo. E infatti dopo la segnalazione di Lapointe è partito un iter che ha coinvolto un vero e proprio team di specialisti.
Le prove raccolte sul terreno e in laboratorio
La visita sul posto ha restituito indizi difficili da interpretare in altro modo. Sono stati trovati strati di roccia fusa con uno spessore di 50 metri, un valore che da solo racconta la violenza di quanto accadde in quel punto. Poi ci sono le tracce di zircone, un materiale che può formarsi proprio durante eventi di questa portata, e i segnali di frantumazione della roccia, l’impronta lasciata dalle onde d’urto generate dall’impatto.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, basterebbe a chiudere il discorso. Messi insieme, invece, compongono un quadro piuttosto solido. Le analisi condotte successivamente in laboratorio hanno permesso di datare la caduta del meteorite, collocandola appunto a circa 390 milioni di anni fa, in un’epoca in cui la Terra aveva un aspetto radicalmente diverso da quello attuale.
Quando gli strumenti di tutti i giorni diventano strumenti di ricerca
La storia di Uhackatik racconta qualcosa che vale la pena sottolineare, ovvero quanto sia cambiato l’accesso alle immagini satellitari negli ultimi anni. Fino a non troppo tempo fa, una scoperta del genere sarebbe passata quasi obbligatoriamente attraverso istituti di ricerca, budget dedicati e strumentazione riservata a pochi. Oggi una piattaforma gratuita, usata quotidianamente da centinaia di milioni di persone per motivi banali, può diventare il punto di partenza di un lavoro scientifico serio.
Il merito, chiaramente, non è solo della tecnologia. Ci vuole anche l’occhio allenato di chi sa cosa sta cercando, o quantomeno sa riconoscere che una certa forma sul terreno non torna. Lapointe stava pianificando un’uscita, non stava dando la caccia a un cratere da impatto, e proprio per questo la vicenda ha quel sapore particolare delle scoperte nate per caso. Il cratere resta lì dove è sempre stato, nel Québec, e chiunque abbia voglia di dargli un’occhiata può farlo senza muoversi da casa, aprendo semplicemente la mappa.










