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FBI, allarme foto intime rubate dai social e rivendute online

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Un avvertimento pubblico dell’FBI ha acceso i riflettori su una pratica tanto squallida quanto concreta: i predatori sessuali online stanno rubando immagini intime direttamente dagli account sui social media, per poi rivenderle. Il Federal Bureau of Investigation ha diffuso un comunicato in cui descrive il fenomeno senza giri di parole, spiegando che le vittime sono sia adulti sia minorenni e che, nella maggior parte dei casi, non si accorgono di nulla fino a quando il danno è già fatto.

Il meccanismo, stando a quanto ricostruito dall’agenzia federale, parte da un accesso illegale ai profili social e agli account personali. Da lì gli autori prelevano i contenuti espliciti, quelle che vengono definite immagini intime non consensuali, o NCII, e le mettono in vendita su mercati criminali. In altri casi non c’è nemmeno un guadagno economico diretto: i materiali finiscono pubblicati in forum online, condivisi tra utenti, dispersi in circuiti impossibili da ripulire davvero. L’FBI parla di bersagli scelti con cura, persone che l’autore conosce o comunque ha individuato per qualche motivo, ma anche di vittime del tutto casuali, colpite perché il loro account era semplicemente vulnerabile.

Le tre tattiche più usate per entrare negli account

Nel documento ufficiale vengono elencate tre modalità principali con cui questi criminali riescono a violare i profili. La prima è il targeting di password e PIN, una tecnica che si basa su un numero altissimo di tentativi di accesso non autorizzato, appoggiandosi a elenchi già pronti di credenziali che arrivano da furti di dati precedenti. Nulla di sofisticato, ma spaventosamente efficace quando le password sono deboli o riciclate su più servizi.

La seconda strada passa dalla finta assistenza clienti. I truffatori inviano messaggi di testo spacciandosi per operatori della piattaforma social, sostenendo che l’account verrà disabilitato o bloccato a meno che la vittima non comunichi un codice di verifica. Quel codice, ovviamente, è esattamente la chiave che serve loro per entrare. La terza tecnica è il phishing classico: vengono registrati domini e creati indirizzi email che imitano quelli del supporto ufficiale, con notifiche allarmanti su presunti nuovi accessi al profilo. Dentro c’è sempre un link malevolo, quasi sempre accompagnato dall’invito a cambiare la password.

Cosa suggerisce l’FBI per ridurre i rischi

Insieme all’allarme, l’agenzia ha diffuso una lista di consigli pratici per la protezione degli account. Il primo punto riguarda l’archiviazione: meglio non conservare immagini o video sensibili su piattaforme social o su siti raggiungibili via Internet. Poi c’è il capitolo credenziali, con l’indicazione di usare password e PIN unici e complessi, affiancati da metodi di autenticazione a più fattori.

Un altro suggerimento riguarda la scelta delle informazioni da inserire nelle credenziali: vanno evitati i dati direttamente collegati alla propria identità, come il nome proprio o quello di una persona cara, la data di nascita o altri dettagli personali facilmente reperibili. Sui link, la raccomandazione è netta: prudenza massima con quelli incorporati in email e messaggi di testo, perché la strada più sicura resta raggiungere il sito ufficiale in modo autonomo e risolvere lì eventuali problemi legati all’account.

Attenzione anche ai segnali anomali. Ricevere una password temporanea, un codice di reimpostazione del PIN o un codice di accesso mai richiesto è quasi sempre l’indizio che qualcuno sta tentando di entrare. Infine, l’FBI insiste su un punto che sembra ovvio ma continua a essere ignorato: le credenziali di accesso non vanno condivise con nessuno, nemmeno con chi afferma di lavorare per la piattaforma o per un servizio di cui si possiede un account. Nessun operatore legittimo, spiega l’agenzia, chiede quei dati.

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