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Gary Oldman non ha usato mezzi termini quando gli è stato chiesto della sua interpretazione in Harry Potter, e il giudizio che ha dato di sé stesso è di quelli che lasciano il pubblico interdetto: il suo lavoro nella saga, a suo dire, è “davvero mediocre”. Una frase pronunciata senza drammi, quasi con leggerezza, durante una chiacchierata al podcast Happy Sad Confused condotto da Josh Horowitz, che ha reagito con la stessa sorpresa dei presenti in sala.
Il punto è che chi guarda un film e chi quel film lo ha girato raramente hanno la stessa percezione. C’è chi legge negli applausi la conferma di aver fatto centro, e chi invece si autoimpone standard talmente alti da rifiutarsi persino di rivedersi sullo schermo. Gary Oldman appartiene con evidenza alla seconda categoria, nonostante il pubblico lo consideri da decenni uno degli interpreti più solidi in circolazione.
Sirius Black, i libri non letti e un rimpianto preciso
Il nodo, secondo l’attore, sta nella preparazione. Oldman ritiene di non essersi avvicinato al personaggio di Sirius Black con la cura necessaria, e lo spiega con un paragone diretto: “Forse se avessi letto i libri come Alan, se mi fossi portato avanti rispetto agli eventi”. Conoscere in anticipo l’evoluzione del padrino di Harry lungo l’intera saga letteraria, insomma, avrebbe cambiato le carte in tavola. “Lo avrei interpretato in modo diverso”, ha ammesso.
Non è una posa da attore tormentato, o almeno non sembra. Perché lo stesso Oldman ha riconosciuto quanto quei film abbiano contato nella sua vita, e non solo sul piano professionale. “Mi hanno davvero salvato”, ha raccontato riferendosi al periodo in cui girava la saga: compensi importanti e, soprattutto, la possibilità di restare in Inghilterra per occuparsi dei suoi figli. Un incastro che in quel momento valeva più di qualsiasi valutazione artistica.
Un metro di giudizio che vale per l’intera carriera
La cosa interessante è che questa severità non riguarda soltanto Harry Potter. Oldman la estende praticamente a tutto quello che ha fatto, con una spiegazione che suona meno come falsa modestia e più come metodo di lavoro. “Se mi sedessi a guardarmi in qualche opera e dicessi: ‘Dio mio, sono incredibile’, sarebbe un giorno molto triste, perché quello che vuoi è che la prossima sia ancora migliore”.
Detto da uno che il pubblico associa a personaggi entrati stabilmente nell’immaginario collettivo, fa un certo effetto. Il suo Jim Gordon nella trilogia del Cavaliere Oscuro e la sua versione di Sirius Black sono arrivati in un momento chiave della carriera e le hanno dato una spinta decisiva, portandolo dentro due franchise tra le più viste di sempre. Due ruoli molto amati, due personaggi che il pubblico continua a citare, eppure nessuno dei due sembra soddisfare pienamente chi li ha interpretati.
La saga di Harry Potter resta comunque uno degli snodi più riconoscibili del suo percorso, indipendentemente da come lui la giudichi. E l’idea che il prossimo lavoro debba superare il precedente, ripetuta con una certa insistenza durante l’intervista, sembra essere l’unico criterio che l’attore accetta davvero di applicare a sé stesso.










