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The Leftovers resta una di quelle serie HBO che, a distanza di anni, continua a sembrare più grande di quanto fosse sembrata al debutto, e la sua seconda stagione è ancora oggi qualcosa che poche produzioni televisive hanno saputo avvicinare. Capita spesso di uscire da una visione con l’entusiasmo alle stelle e di pronunciare frasi che il tempo poi smonta senza pietà. Qui è successo il contrario. L’impressione a caldo era corretta, e i tre cicli di episodi hanno costruito qualcosa che assomiglia molto a un pezzo di storia della televisione.
La firma è quella di Damon Lindelof, uno degli autori più riconoscibili del panorama seriale, oggi tornato in pista con Lanterns. Prima di occuparsi di supereroi, però, aveva portato il pubblico dentro un’odissea fantastica costruita con dettagli spaventosamente realistici, affidata a un cast guidato da Justin Theroux e Carrie Coon, con Amy Brenneman e Christopher Eccleston a completare il quadro. La messa in onda partì il 29 giugno 2014 e la serie è ancora disponibile su HBO Max.
Il giorno in cui il 2 per cento del mondo è svanito
Tutto parte da una data precisa, il 14 ottobre 2011, alle 14:23. Un fenomeno globale chiamato La Partenza cancella improvvisamente il 2% della popolazione mondiale, cioè 140 milioni di persone. Nessuna spiegazione, nessun preavviso, nessuna traccia. In un battito di ciglia sono spariti individui di ogni etnia, nazionalità ed età, senza alcuna logica apparente che colleghi le vittime tra loro. E qui sta il punto che rende The Leftovers diverso da qualsiasi altra cosa: il racconto non riguarda chi è andato via, ma chi è rimasto a raccogliere i pezzi.
Tre anni dopo, mentre si avvicina il terzo anniversario dell’evento, la scena si sposta in una piccola comunità dello stato di New York chiamata Mapleton. Il capo della polizia Kevin Garvey prova a tenere insieme i problemi professionali e quelli privati, con una famiglia completamente disgregata, esattamente come accade a molti altri nel paese. Le vite di questi personaggi si intrecciano in un conflitto che nasce dal tentativo, mai davvero riuscito, di convivere con una tragedia inspiegabile.
Da una recensione di Stephen King alla serie definitiva
L’origine del progetto ha un retroscena curioso. Nel 2011 Stephen King firmò per il New York Times una recensione entusiasta del romanzo di Tom Perrotta da cui la serie è tratta. Lindelof lesse il libro, ne rimase colpito e incuriosito, e insieme all’autore decise di svilupparne una versione televisiva che gli permettesse di andare oltre il terreno già battuto con Lost.
HBO fece quello che fa di solito con le menti più creative, cioè firmare una specie di assegno in bianco. Lindelof lo sfruttò per costruire prima di tutto un mondo sbilenco, malandato, che si trascina dopo un evento straordinario. Il risultato è una serie che invita ad accogliere il mistero senza pretendere di risolverlo, concentrandosi invece sulle conseguenze emotive che l’accaduto lascia addosso alla società e ai singoli.
Una seconda stagione che ha alzato l’asticella
Lo sviluppo drammatico spinge ancora più lontano nella seconda stagione, che tocca livelli difficilmente paragonabili ad altro. È il punto in cui la serie smette di essere una buona serie e diventa qualcosa di raro, dove ogni scelta narrativa sembra pesata al milligrammo e dove i personaggi vengono messi davanti a domande che nessuna sceneggiatura tradizionale oserebbe porre.
La terza e ultima stagione, poi, chiude il cerchio con una precisione che consolida definitivamente il posto di questa produzione tra le migliori del secolo, e per estensione tra le migliori di sempre. Un thriller sovrannaturale compiuto, che qualche volta si tende a dimenticare quando si compilano le classifiche, ma che regge il confronto con qualunque titolo contemporaneo. Tutti gli episodi sono raggiungibili su HBO Max.










