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Eolico offshore USA, Trump: 1,22 miliardi a RWE per fermare i progetti

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L’eolico offshore negli Stati Uniti era stato presentato per anni come una delle colonne portanti della transizione energetica, e invece oggi si trova nella posizione opposta, quella di settore da frenare. Con l’amministrazione di Donald Trump la rotta è cambiata in modo netto, e l’ultimo capitolo di questa retromarcia porta con sé una cifra tutt’altro che simbolica: un accordo da circa 1,22 miliardi di dollari, poco più di 1 miliardo di euro, siglato con il gruppo energetico tedesco RWE. Soldi pubblici, quindi, non per costruire ma per fermare.

Il paradosso è evidente a chiunque abbia seguito il dossier energetico americano degli ultimi anni. Le turbine piantate in mare aperto non sono un capriccio ingegneristico, hanno una logica molto concreta che ha convinto mezzo mondo a investire in quella direzione. Eppure la direzione politica scelta a Washington va nel senso contrario, e lo fa mettendo sul tavolo risorse pubbliche di dimensioni notevoli.

Perché le turbine in mare hanno un vantaggio strutturale

Avere a disposizione grandi distese d’acqua permette di installare turbine più potenti rispetto a quelle che si possono piazzare sulla terraferma, dove gli spazi sono contesi, i vincoli paesaggistici più stretti e le dimensioni degli impianti inevitabilmente più contenute. Non è soltanto una questione di taglia, però. Il vento che soffia al largo è più costante, meno disturbato da ostacoli naturali e costruzioni, e questo si traduce in una produzione elettrica più stabile nel tempo, con meno buchi e meno oscillazioni improvvise.

Da qui il ragionamento che ha spinto molti Paesi a puntare sull’eolico offshore: elettricità generata senza emissioni dirette di anidride carbonica, con una resa che sulla carta batte quella degli impianti costruiti sulla costa o nell’entroterra. Un pilastro, appunto, per chi ha messo la decarbonizzazione tra le priorità industriali. Negli Stati Uniti quel pilastro esisteva sulla carta e in parte anche nei cantieri, prima che il quadro politico cambiasse.

Miliardi pubblici usati per rallentare, non per accelerare

Quello che colpisce nella vicenda americana non è tanto la scelta di rallentare, quanto il metodo. Perché fermare progetti già avviati costa, e costa parecchio. Le imprese coinvolte hanno investito, firmato contratti, ordinato componenti, e uno stop deciso a metà strada non si liquida con un comunicato. Ecco perché il conto presentato dall’operazione con RWE arriva a quei 1,22 miliardi di dollari, cifra che nella conversione supera il miliardo di euro.

In pratica il governo statunitense sta impiegando denaro pubblico per bloccare impianti che avrebbero prodotto energia elettrica, invece di destinarlo a nuove installazioni. Un’inversione che riguarda il modo stesso in cui viene interpretata la transizione energetica oltreoceano, ormai lontanissima dagli obiettivi che negli anni scorsi venivano annunciati come irreversibili.

Il gruppo tedesco, uno dei nomi più solidi del panorama energetico europeo, era tra i protagonisti dello sviluppo dell’eolico marino negli Stati Uniti. Adesso si ritrova al centro di un accordo che chiude una partita anziché aprirla, e che segna un altro punto a favore della linea dettata da Trump sul settore delle rinnovabili in mare.

Resta il fatto che la somma messa a disposizione per questo stop non è un caso isolato, ma un altro tassello di una strategia che negli ultimi tempi ha già colpito ripetutamente il comparto. Ogni intervento pesa sui conti federali e, allo stesso tempo, sottrae capacità di generazione a emissioni zero al sistema elettrico americano. Con l’intesa da 1,22 miliardi di dollari con RWE, la cifra complessiva spesa per frenare l’eolico offshore statunitense si allunga ancora.

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