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Droni con LiDAR, la FCC valuta lo stop negli Stati Uniti

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Il possibile stop ai droni con LiDAR negli Stati Uniti sta prendendo una piega che pochi si aspettavano, perché stavolta il perimetro delle restrizioni potrebbe allargarsi fino a toccare modelli che avevano già ricevuto tutte le autorizzazioni per essere venduti sul mercato americano. La Federal Communications Commission, cioè l’ente che negli USA regola le comunicazioni e certifica i dispositivi radio, sta valutando un’estensione delle limitazioni già introdotte nei confronti dei velivoli senza pilota di produzione straniera. Non un semplice ritocco, quindi, ma un intervento che rischia di rimettere in discussione prodotti già presenti negli scaffali.

Per capire perché la questione pesa così tanto, conviene fare un passo indietro e guardare a come sono cambiati questi apparecchi. Fino a qualche anno fa la maggior parte delle persone li associava a foto aeree e riprese spettacolari, magari per un matrimonio o per un video di viaggio. Oggi la faccenda è diversa, perché parliamo di piattaforme in grado di generare mappe tridimensionali, ispezionare ponti e impianti industriali, dare supporto durante le operazioni di soccorso e persino lavorare nei campi agricoli.

Perché il LiDAR finisce nel mirino

Il punto centrale della vicenda è una tecnologia specifica. Il LiDAR funziona inviando impulsi laser verso l’ambiente circostante e misurando il tempo di ritorno, così da calcolare le distanze con una precisione notevole e ricostruire tutto in tre dimensioni. È lo stesso principio che troviamo nei sistemi di guida autonoma e negli strumenti professionali di mappatura, quelli usati da chi lavora nel rilievo topografico o nell’edilizia.

Il problema, dal punto di vista americano, nasce proprio da questa capacità. Un dispositivo che sa fotografare la geometria di un territorio con quel livello di dettaglio raccoglie informazioni che vanno molto oltre l’uso ricreativo. Ecco perché le funzionalità di questo tipo vengono considerate sensibili sul piano della sicurezza nazionale, al punto da giustificare un intervento regolatorio anche su prodotti già approvati in passato.

Il confine sempre più sottile tra civile e militare

Non è la prima volta che si arriva a uno scontro tra aziende cinesi e istituzioni statunitensi, ma qui la partita si gioca su un terreno particolare. La linea che separa la tecnologia pensata per usi civili da quella che può avere applicazioni militari si è assottigliata parecchio, e i droni sono l’esempio più evidente di questa sovrapposizione. Gli impieghi bellici, del resto, sono quelli che generano le preoccupazioni maggiori nei corridoi di Washington.

La conseguenza pratica di un eventuale allargamento delle restrizioni FCC è facile da immaginare. Un’azienda che ha investito tempo e denaro per ottenere le certificazioni necessarie potrebbe ritrovarsi con un prodotto improvvisamente fuori mercato, senza che nulla sia cambiato dal punto di vista tecnico. Chi ha già acquistato uno di questi apparecchi, dall’altra parte, si trova a fare i conti con un quadro normativo che si muove più velocemente dei cicli di rinnovo dei prodotti.

Il ragionamento della commissione, comunque, non riguarda tanto il singolo modello quanto la categoria. Sono le caratteristiche tecniche a determinare l’inserimento nella lista, e la presenza di un sensore laser avanzato basta a far scattare l’attenzione. Una logica che, se applicata fino in fondo, finirebbe per coinvolgere una fetta consistente dei droni professionali oggi disponibili, visto che il rilievo tridimensionale è diventato una funzione ricorrente nelle fasce alte del mercato.

Resta il fatto che i produttori coinvolti sono in larga parte cinesi, e che il settore americano dei velivoli senza pilota dipende ancora in misura significativa da quella filiera. Un’eventuale stretta sui modelli già autorizzati sposterebbe l’asticella parecchio più in là rispetto alle misure viste finora.

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