In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Dormire un’ora in più a notte, per chi frequenta l’università, non è tempo sottratto ai libri ma un investimento che si vede nero su bianco sul libretto. Lo dice un lavoro pubblicato sul Journal of Political Economy, che ha messo alla prova sul campo una cosa che molti sospettavano da tempo senza però riuscire a dimostrarla: il sonno incide sui voti universitari in modo diretto, misurabile, non solo come sensazione soggettiva di stare meglio. Chi dorme poco rende meno, e vale a ogni età e in ogni tipo di scuola.
A firmare la ricerca è Osea Giuntella, economista sanitario dell’Università di Pittsburgh, che ha descritto la privazione di sonno come una condizione estremamente diffusa tra i giovani adulti. Il punto sollevato dallo studioso è interessante anche da un altro angolo: gli atenei hanno sempre faticato a trovare strumenti economicamente sostenibili per migliorare il rendimento degli studenti, e questo, a quanto risulta al gruppo di ricerca, sarebbe il primo esperimento sul campo capace di dimostrare un nesso causale tra il miglioramento del riposo e i risultati accademici. Non una correlazione generica, quindi, ma una relazione di causa ed effetto.
Un’ora di sonno in più che si traduce in media voti più alta
La prima fase dell’esperimento risale al 2019, e già allora il quadro appariva chiaro a chi lo stava conducendo: l’intervento migliorava effettivamente il riposo notturno dei partecipanti, e alcuni degli effetti restavano visibili anche dopo che gli incentivi previsti erano terminati. Un dettaglio non da poco, perché significa che le abitudini acquisite tendevano a consolidarsi invece di svanire appena finiva la spinta esterna.
La conferma definitiva, però, è arrivata dopo. Il gruppo di ricerca ha incrociato i dati sperimentali con i certificati universitari ufficiali degli studenti, ossia con le carriere accademiche reali, e ha trovato un miglioramento nella media dei voti. È stato quel passaggio, ha spiegato Giuntella, a convincere i ricercatori di avere tra le mani qualcosa di rilevante. Un conto è raccogliere questionari sul benessere percepito, un altro è vedere il risultato scritto nei registri dell’ateneo.
L’aspetto che più entusiasma l’economista riguarda la natura degli interventi messi in campo: si tratta di misure relativamente semplici, adattabili e replicabili in contesti molto diversi. Non solo le università, quindi, ma potenzialmente anche le scuole di ogni ordine e grado e perfino i luoghi di lavoro. La logica è la stessa ovunque: chi riposa meglio lavora meglio.
Schermi, cattive abitudini e igiene del riposo
Il tema tocca da vicino le famiglie, non solo gli studenti fuori sede alle prese con la sessione d’esami. Bambini e adolescenti trascorrono ormai molte ore davanti al display dei propri dispositivi, e quel tempo finisce quasi sempre per erodere le ore dedicate al riposo notturno. Il risultato è una privazione del sonno cronica che passa spesso sotto silenzio, considerata quasi normale, quando invece pesa in modo concreto sul rendimento scolastico.
La cosiddetta igiene del riposo diventa così un fattore da prendere sul serio quanto il metodo di studio. Il sonno funziona in entrambe le direzioni: se gli si dedica il tempo giusto spinge in alto i risultati, se manca li trascina verso il basso. E questo, come mostra la ricerca, avviene a prescindere dall’età dello studente e dal tipo di percorso scolastico che sta seguendo.
Per chi si occupa di politiche educative il messaggio è piuttosto pratico. Migliorare le abitudini di riposo costa poco rispetto ad altre strategie pensate per alzare il livello del rendimento scolastico, e gli effetti, stando ai dati raccolti, non si esauriscono nel giro di qualche settimana. Il fatto che l’esperimento abbia retto al confronto con i dati ufficiali degli atenei rende il risultato difficile da liquidare come una curiosità accademica.










