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DJI ottiene una vittoria parziale contro il Pentagono

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Una parziale vittoria legale per DJI è arrivata venerdì dalla Corte d’appello del distretto di Columbia, che ha ribaltato in parte la sentenza con cui il produttore di droni era stato confermato nella lista Section 1260H del Pentagono, quella riservata alle cosiddette “società militari cinesi”. Il punto contestato è tecnico ma pesante: il giudice di primo grado aveva dato per buona l’accusa centrale del governo, ovvero che DJI contribuisca alla base industriale della difesa cinese, senza però aver mai letto le prove riservate su cui quell’accusa si regge. Nella versione pubblica del rapporto con cui il Dipartimento della Difesa aveva motivato la designazione, datato dicembre 2024, esiste una sezione intitolata “DJI Contributes to the Chinese Defense Industrial Base”. Tutto quello che sta sotto quel titolo è oscurato. Ogni singola parola. Il collegio di tre giudici ha respinto le altre obiezioni dell’azienda, quindi DJI resta sulla lista mentre il fascicolo torna al tribunale di primo grado.

Cosa ha stabilito la corte d’appello

Il giudice Bradley Garcia ha scritto che non esiste “alcuna motivazione dichiarata pubblicamente” a sostegno della convinzione del Pentagono. Il giudice distrettuale Paul Friedman, che lo scorso settembre aveva emesso il giudizio sommario contro l’azienda, non aveva mai esaminato la versione classificata del documento. Si era basato sugli atti depositati dal governo e su altre parti del rapporto, un approccio che secondo il collegio viola la regola per cui un tribunale deve valutare l’operato di un’agenzia federale soltanto sulla base delle ragioni che l’agenzia stessa ha invocato.

Ora Friedman potrà leggere il materiale riservato e decidere se davvero sostiene quella conclusione. Spetterà sempre a lui stabilire se gli avvocati di DJI avranno accesso, anche parziale, a quelle carte. Un portavoce dell’azienda ha commentato che il riconoscimento dell’insufficienza delle prove pubbliche rappresenta “un passo significativo verso la correzione di una designazione ingiustificata”.

Sul resto, però, la corte ha dato ragione al governo. È stata confermata la constatazione che DJI riceva consapevolmente assistenza dallo Stato cinese attraverso il riconoscimento, ottenuto nel 2021, come National Enterprise Technology Center, uno status concesso dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma. Secondo le prove citate nel rapporto del Pentagono, quel titolo porta con sé sussidi diretti in contanti tra i 5 e i 15 milioni di yuan, aliquote fiscali agevolate sulle attrezzature importate e sostegno finanziario da fondi di capitale statali. I legali dell’azienda hanno sostenuto che DJI non ha mai incassato nulla grazie a quel riconoscimento, ma i giudici hanno liquidato l’argomento come “un’affermazione autoreferenziale degli avvocati”.

Il paradosso della quota di mercato

Curiosamente, il dominio commerciale dell’azienda le si è ritorto contro. Per far valere la violazione del giusto processo, DJI avrebbe dovuto dimostrare che la designazione le impedisce in modo generalizzato di fare affari. Il collegio ha citato le testimonianze secondo cui l’azienda detiene il 90% del mercato globale dei droni consumer e quasi il 70% dell’intero settore, concludendo che contratti persi e divieti a livello statale “restano ben al di sotto” di quella soglia.

C’è poi un ulteriore livello di complicazione. All’inizio di giugno, mentre l’appello era ancora in corso, il Pentagono ha pubblicato una nuova lista 1260H con motivazioni inedite per l’inclusione di DJI, tra cui una designazione come “Single Champion” e presunti legami con il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology e con la Polizia armata popolare. I giudici hanno notato che quelle nuove ragioni sollevano il dubbio che la contestazione alla designazione del gennaio 2025 sia ormai superata, ma hanno lasciato proseguire la causa sul fascicolo esistente. Anche un esito favorevole nel rinvio non toccherebbe l’elenco di giugno, che poggia su basi diverse previste dagli emendamenti al NDAA del 2024.

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