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Dipendenza da social: 8 profili falsi e uno svenimento a 25 anni

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La dipendenza da social si nutre di un meccanismo semplice e feroce allo stesso tempo, quello dei like che arrivano uno dietro l’altro e regalano una scarica di gratificazione immediata. Fino al punto in cui non basta più un solo profilo, ne servono due, poi quattro, poi otto, ognuno con un nome diverso e una vita inventata da mandare avanti senza sbagliare un colpo. È la storia di un ragazzo italiano di 25 anni che ha raccontato di essere finito esattamente lì, dentro una routine di controlli continui delle notifiche che si è chiusa con un crollo fisico, uno svenimento, il momento in cui il corpo ha detto basta prima della testa.

Nella vita reale era, ed è, uno studente universitario. In rete invece era cuoco, istruttore di sub, appassionato di letteratura. Otto profili falsi attivi contemporaneamente, otto identità costruite a tavolino, con la convinzione che più account significassero più possibilità di raccogliere apprezzamenti dagli altri utenti. Una matematica elementare e sbagliata, che però funzionava benissimo a livello emotivo.

Tutto è iniziato con una torta e un nome inventato

Il punto di partenza è quasi tenero, se non fosse per come è finita. Una torta preparata seguendo la ricetta della nonna, piaciuta talmente tanto agli amici da spingerlo a fotografarla e pubblicarla sui social. Non con il suo nome, però. Il primo account portava la firma di Antonio, un personaggio che non esisteva. I primi cuori, i primi commenti entusiasti, e quella sensazione di dopamina che arriva addosso senza chiedere il permesso.

Da lì la spirale si è allargata in fretta. Altre foto di dolci, altre torte, altri complimenti. Solo che le immagini non erano più sue: scaricate dalla rete e ritoccate con strumenti di intelligenza artificiale, pronte per essere spacciate come lavori usciti dalla sua cucina. I like continuavano ad arrivare, il pubblico cresceva, e con quello anche la fame di riconoscimento. Il secondo profilo è nato per assecondarla, questa volta con il nome di Edoardo, istruttore di sub.

Quando gestire otto vite diventa un lavoro a tempo pieno

Curioso il dettaglio delle immersioni, perché in quel caso qualcosa di autentico c’era davvero. Il ragazzo è appassionato di subacquea e le prime foto pubblicate sotto l’identità di Edoardo erano reali, scattate da lui. Un frammento di verità infilato dentro una costruzione che nel frattempo stava prendendo il controllo delle sue giornate.

Perché tenere in piedi otto personalità digitali significa ricordarsi chi è chi, cosa ha scritto ciascuno, a chi ha risposto, con quale tono. Niente margine di errore, altrimenti l’intero castello viene giù. Il controllo compulsivo delle notifiche diventa un riflesso, una specie di lavoro non pagato che riempie ogni pausa della giornata. E ogni notifica in meno pesa come una piccola bocciatura personale.

Il collasso è arrivato in modo brutale, con lo svenimento che ha messo la parola fine a quella corsa. Il racconto del ragazzo si concentra proprio su quel momento, sull’ossessione di controllare sempre, di continuo, senza staccare mai, e su quello che è arrivato subito dopo. Il corpo che cede quando la mente non si concede tregua è un segnale difficile da ignorare, e in questo caso ha funzionato come punto di rottura.

Dopo aver toccato il fondo, il venticinquenne ha trovato la forza di rimettersi in piedi e di raccontare cosa gli è successo, mettendo nero su bianco il percorso che dall’entusiasmo per una torta di famiglia lo ha portato a inseguire l’approvazione di sconosciuti attraverso otto identità che non gli appartenevano.

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