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I dazi sui semiconduttori che l’amministrazione Trump starebbe preparando rischiano di arrivare nel momento peggiore possibile, almeno stando a quanto teme l’industria tecnologica americana. Le indiscrezioni parlano di un pacchetto molto ampio, in arrivo nel giro di settimane o mesi, che secondo diverse fonti interne potrebbe colpire non solo i chip ma anche una lunga lista di prodotti che li contengono. Console da gioco, server per i data center, dispositivi di consumo. Il timore, espresso da chi conosce i piani in discussione, è che una misura del genere finisca per frenare proprio quell’innovazione nell’intelligenza artificiale che la Casa Bianca dice di voler accelerare.
Circa otto persone informate sui dossier hanno raccontato, in forma anonima, che l’impianto della misura potrebbe ancora cambiare prima di essere finalizzato. Una delle ipotesi sul tavolo, però, allargherebbe parecchio il perimetro, arrivando potenzialmente a tassare anche prodotti usati o ricondizionati che contengono componenti elettroniche. Uno scenario che le associazioni di categoria descrivono da mesi come rovinoso.
Dazi sui chip: i conti che non tornano per i data center
La Computer and Communications Industry Association, in una stima diffusa a giugno, ha calcolato che quell’approccio costerebbe agli Stati Uniti circa 80 miliardi di euro l’anno in mancata crescita, con il 20% dei progetti di data center previsti fino al 2030 destinati a slittare o a essere cancellati. Non solo. Secondo la stessa analisi, i dazi potrebbero spingere lo sviluppo delle infrastrutture fuori dai confini americani, esattamente il contrario di quello che l’amministrazione dichiara di voler ottenere.
In una lettera inviata a maggio al segretario al Tesoro Scott Bessent, firmata da una ventina di associazioni, la CCIA ha messo nero su bianco anche l’effetto sui consumatori. Smartphone, laptop, tablet, smartwatch, dispositivi connessi e automobili rischiano di rincarare in una fase in cui i bilanci familiari americani sono già tirati. E il rallentamento dei lanci di nuovi prodotti, compresi quelli con le funzioni di intelligenza artificiale più recenti, ridurrebbe la scelta disponibile. “I dispositivi di consumo sono l’interfaccia principale attraverso cui gli americani accedono agli strumenti basati sull’AI”, si legge nel documento, che avverte come tassare quel mercato significhi frenare l’adozione proprio nel momento in cui gli Stati Uniti potrebbero guidare la corsa.
Il nodo Lutnick e il pressing dell’industria
La carenza di chip di fascia alta, che secondo le previsioni proseguirà almeno fino al 2027, sta già spingendo i prezzi verso l’alto. Gartner ha stimato che il fatturato globale dei semiconduttori toccherà circa 1.400 miliardi di euro nel 2026, molto prima di quanto si pensasse. Aggiungere dazi, secondo gli economisti, non farebbe che aumentare ulteriormente i costi, con un colpo diretto a progettisti come Nvidia e Advanced Micro Devices, che dipendono da fabbriche estere. Anche Apple rischierebbe, visto che i rivali stranieri non pagherebbero nulla di simile. A guadagnarci, paradossalmente, potrebbero essere le aziende cinesi.
Il settore ha reagito con una vera e propria offensiva di lobbying per ottenere almeno l’esenzione dei data center. Il ragionamento è semplice. Costruire impianti produttivi negli Stati Uniti richiede anni e nessuno può comprimere quei tempi. Quindi tassare le importazioni nel frattempo alza il prezzo esatto della cosa che si dice di voler costruire. “Forse è il modo più stupido immaginabile per inseguire il dominio americano nell’AI”, ha commentato un dirigente di una grande associazione di settore che ha lavorato anche nella prima amministrazione Trump. “È come spararsi sulle gambe alla linea di partenza”.
Gli incontri con i funzionari si sono fatti più frequenti dall’inizio dell’estate, ma le fonti riferiscono che il clima è peggiorato. A frenare sarebbe il segretario al Commercio Howard Lutnick, convinto che i dazi vadano applicati in modo ampio per riportare la filiera in patria. Quattro fonti sostengono che intenda annunciare un sistema di quote, con un volume di chip ammesso senza dazio proporzionale agli impegni produttivi assunti sul suolo americano, e aliquote differenziate per singolo Paese. Un rappresentante del settore ha liquidato la proposta così: “Il volume di cui parlano non basterebbe nemmeno ai soli hyperscaler. Sono chip che qui fisicamente non possiamo comprare, perché la capacità non esiste ancora. La matematica semplicemente non funziona”.
Le richieste dell’industria restano note: esentare i semiconduttori destinati ai server AI, abbassare l’aliquota dalla presunta soglia del 25 per cento al 10 per cento, escludere i prodotti con contenuto elettronico minimo e soprattutto evitare la doppia tassazione su chip e prodotti finiti. Il Dipartimento del Commercio ha consegnato il primo luglio un rapporto che deciderà la sorte dell’esenzione per i data center, documento tuttora non pubblicato.










