Nel 1993 Jurassic Park portava sullo schermo un mondo scomparso da milioni di anni. Nessuno si aspettava tanta verosimiglianza, la reazione fu di puro stupore e di un pizzico di timore. I dinosauri non sembravano effetti, erano animali respiranti. Spielberg non voleva mostri, lo aveva detto chiaro, voleva che ci fosse più realtà possibile. Il paleontologo Jack Horner aveva infatti guidato la produzione per evitare errori grossolani. Anche il movimento della lingua dei raptor fu eliminato perché poco scientifico. Phil Tippett provò con la go-motion, ma non bastava. La tecnologia tradizionale non reggeva allora il confronto con la potenza dell’innovazione in arrivo. ILM propose allora qualcosa di mai visto: un T-Rex interamente digitale, realistico “fino all’osso”. Bastò una scena, quella con i Gallimimus, per capire che il cinema era appena cambiato per sempre. Spielberg inserì quel momento anche nella sceneggiatura e realtà e finzione si fusero come mai.
Pioggia, lattice e pixel: un’illusione al limite del possibile
La pioggia cadeva sul T-Rex, nel primo Jurassic Park, ma era tutto frutto di lavoro maniacale. Ogni singolo fotogramma costava ore, sei per quelli sotto l’acqua. Le animazioni in stop-motion vennero abbandonate. ILM creò così simulazioni perfette ed ogni muscolo, ogni ruggito, ogni ombra fu calcolata calcolata per rendere la presenza dei dinosauri tangibile. Anche gli animatronici di Stan Winston giocavano un ruolo fondamentale. L’unione tra meccanica, lattice e CGI fece nascere qualcosa di irripetibile. Un film che nel 1993 sembrava venire dal futuro e dal passato. Chi avrebbe pensato che, trent’anni dopo, sarebbe stato ancora un punto di riferimento per gli effetto cinematografici e avesse continuato a stupire?
Jurassic World: la rinascita dell’illusione
Ora il cerchio si chiude (per ora) con Jurassic World: La Rinascita, attraverso il quale si spera che la saga torni alla ribalta. La ILM è di nuovo al timone. Carta vincente non si cambia. Al posto di soluzioni puramente digitali, si ritorna a combinare tecnologia ed effetti pratici. John Nolan, già presente nel capitolo precedente del franchise, costruisce animatronici per nuovi dinosauri. L’Aquilops prende forma nella realtà prima che sullo schermo ed ancora una volta, come nel ’93, non basta mostrare, bisogna far credere che tutto sia vero, che un dinosauro possa uscire dallo schermo e creare terrore. Cosa rende Jurassic Park così eterno? Così amato? Forse il suo senso del possibile e la sua base di lontana sroria. Allora come oggi, poi, non si cerca solo il realismo ma si va alla ricerca la meraviglia. E se il futuro del cinema è spesso incerto con molti titoli flop, i dinosauri dimostrano ancora di essere più vivi che mai.