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Curiosity trova fratture a nido d’ape su Marte

Le tracce lasciate dall’acqua su Marte continuano a moltiplicarsi, ma ogni tanto salta fuori qualcosa che lascia perplessi anche gli occhi più allenati. È il caso di una scoperta recente che ha catturato l’attenzione di chi segue le missioni sul pianeta rosso, perché racconta un capitolo lontano miliardi di anni, quando quel mondo oggi freddo e polveroso era tutt’altra cosa.

Un campo infinito di poligoni sul pianeta rosso

Il rover Curiosity, di cui si è parlato di recente anche per lo stato d’usura delle sue ruote, ha regalato un’immagine che è difficile dimenticare. Mentre risaliva una valle ribattezzata Valle Grande, il laboratorio mobile della NASA si è ritrovato davanti una distesa quasi senza fine di piccole strutture a forma di nido d’ape. Non due o tre, ma un tappeto che copre il terreno in ogni direzione.

Parliamo di fratture poligonali, figure geometriche che misurano tra 4 e 8 centimetri l’una. Le trovi ovunque, non solo sul piano ma pure sui fianchi di una collina rocciosa alta circa 6 metri. Una cosa che colpisce, perché non è facile immaginare come possa essersi formato un disegno così regolare e diffuso su una scala del genere.

Perché queste fratture raccontano il passato di Marte

Il motivo per cui questa scoperta conta parecchio sta proprio nella forma. Strutture come queste, sulla Terra, tendono a comparire dove il terreno si asciuga e si bagna più volte, ripetutamente, nel corso del tempo. Il fango si ritira, si crepa, poi torna umido e il ciclo ricomincia. Un meccanismo che, se confermato anche qui, aiuterebbe a ricostruire cosa succedeva su quel suolo quando l’acqua scorreva davvero.

E qui sta il punto interessante. Ogni frammento del genere è un pezzetto in più di un puzzle enorme, quello che riguarda la possibilità che Marte abbia ospitato condizioni adatte alla vita in un passato remoto. Non è la prova definitiva di nulla, per carità, ma è uno di quei tasselli che gli scienziati mettono da parte con cura, perché insieme ad altri potrebbero cambiare il modo in cui leggiamo la storia geologica del pianeta.

Il fascino di tutto questo è che il rover Curiosity, nonostante gli anni sul groppone e le ruote ormai segnate, continua a inviare dati che alimentano nuove domande. Ogni salita, ogni valle attraversata porta con sé qualcosa che prima non conoscevamo. E la Valle Grande, con il suo pavimento a nido d’ape, si aggiunge alla lunga lista di luoghi che meritano uno sguardo più attento.

Quello che rende speciale il lavoro di questi mezzi è la pazienza. Non c’è fretta, non c’è spettacolo. C’è un veicolo che avanza lentamente, fotografa, analizza e ci restituisce immagini di un mondo che sembra alieno ma che, in fondo, potrebbe aver avuto molto più in comune con la Terra di quanto immaginiamo. Le fratture poligonali di Valle Grande sono l’ennesima conferma che il pianeta rosso ha ancora parecchie storie da raccontare.

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