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CD, vendite in crescita del 45,7% negli Stati Uniti nel 2026

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Le vendite di CD negli Stati Uniti hanno fatto qualcosa che pochi avrebbero previsto, ovvero sono cresciute del 45,7% nei primi sei mesi del 2026. Non un assestamento, non una frenata del calo: proprio un aumento netto, con 17,5 milioni di dischi venduti contro i circa 12 milioni dello stesso periodo del 2025. Per anni il racconto era stato un altro, quello di un supporto fisico destinato a spegnersi lentamente mentre Spotify e gli altri servizi rendevano milioni di canzoni disponibili in pochi secondi, senza scaffali, senza custodie, senza nulla da spolverare.

E invece una parte dei consumatori sembra aver deciso di tornare indietro. I ricavi legati al CD sono saliti del 58,6%, arrivando a circa 146 milioni di euro contro i 92 milioni del periodo precedente. Il fatto che i ricavi crescano più delle unità vendute dice qualcosa di preciso, cioè che chi compra non sta cercando l’occasione da pochi spiccioli ma è disposto a spendere. Un dettaglio che pesa, perché racconta un acquisto voluto, cercato, non capitato per caso in un cesto di offerte.

Un’inversione di rotta, non un rallentamento

Il contesto rende il dato ancora più curioso. Sempre restando agli Stati Uniti, nel 2025 erano stati venduti 29,5 milioni di CD, contro i 33,3 milioni del 2024. La traiettoria era quella che tutti conoscevano, una discesa costante, anno dopo anno, con il mercato della musica fisica ridotto a nicchia per collezionisti e nostalgici. I numeri del primo semestre 2026 rompono questo schema. Non si tratta di una caduta diventata più morbida, ma di un cambio di direzione vero e proprio.

Vale la pena fermarsi un attimo su cosa significhi una crescita del genere in un settore dato per finito. Le percentuali a doppia cifra fanno impressione soprattutto perché partono da una base ormai piccola, certo, ma il salto da 12 a 17,5 milioni di unità in sei mesi non è un errore statistico. È volume reale, sono persone che entrano in un negozio o cliccano su un carrello e portano a casa un oggetto che avrebbero potuto ascoltare gratis, o quasi, sul telefono che hanno in tasca.

Perché comprare un disco se la musica è già ovunque

Ed è qui che nasce la domanda più interessante di tutte. Perché spendere per un disco fisico quando praticamente l’intero catalogo mondiale è già sullo smartphone, sincronizzato, ordinato, sempre pronto? La risposta non sta nei numeri, sta in qualcosa di più difficile da misurare. Il ritorno del supporto fisico segue una logica che con la comodità c’entra poco, anzi la contraddice apertamente.

Chi compra un CD nel 2026 sceglie deliberatamente un formato meno pratico. Deve conservarlo, deve avere un lettore, deve alzarsi e cambiarlo. Eppure quella scomodità sembra essere parte del punto. Possedere davvero qualcosa, in un’epoca in cui l’accesso alla musica è una questione di abbonamento mensile che può sparire da un giorno all’altro, ha assunto un valore che il download e lo streaming musicale non riescono a replicare. Il disco resta lì, sullo scaffale, e non dipende da un algoritmo o da una licenza rinnovata.

C’è poi la dimensione dell’oggetto in sé, la copertina, il libretto, l’idea che un album sia una cosa compiuta e non una playlist da mescolare. Il vinile ha battuto questa strada per primo, trasformandosi da reperto per appassionati a fenomeno commerciale. Ora i numeri suggeriscono che anche il CD, il formato che il vinile aveva soppiantato e che a sua volta era stato soppiantato dal digitale, sta trovando la propria seconda vita. Con 17,5 milioni di copie in sei mesi e ricavi in crescita del 58,6%, i conti dicono che il fenomeno esiste.

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