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CAR T contro l’artrite reumatoide: sei pazienti in remissione

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Una terapia nata per combattere i tumori del sangue ha portato in remissione sei pazienti con artrite reumatoide grave, e in tre casi senza più bisogno di alcun farmaco. Si tratta della terapia CAR T, testata per la prima volta al mondo su questa malattia da un gruppo della Charité di Berlino, con risultati pubblicati su Nature Medicine. Numeri piccoli, certo, ma abbastanza solidi da far parlare i ricercatori di un possibile riavvio del sistema immunitario, non di un semplice sollievo temporaneo. L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica in cui le difese dell’organismo attaccano per errore le articolazioni. L’infiammazione che si ripete provoca gonfiore e, col tempo, danni permanenti. I farmaci disponibili funzionano bene nel tenere a bada l’infiammazione, ma quasi mai guariscono, il che significa terapie a vita fra antinfiammatori e immunosoppressori, con tutti gli effetti collaterali del caso. E poi c’è una fetta di pazienti per cui nemmeno le opzioni più recenti bastano, quella che in gergo viene chiamata artrite reumatoide refrattaria al trattamento.

Il bersaglio sono le cellule B che riaccendono l’infiammazione

Secondo il professor David Simon, che ha disegnato lo studio insieme al professor Gerhard Krönke del Dipartimento di Reumatologia e Immunologia Clinica della Charité, il motivo potrebbe stare in alcune cellule B di memoria che sopravvivono nei linfonodi, nel midollo osseo o nel tessuto articolare. Lì continuano a produrre anticorpi diretti contro i tessuti dell’organismo stesso, riaccendendo l’infiammazione ogni volta.

Il marcatore che identifica queste cellule si chiama CD19, una specie di targhetta con il nome sopra. I linfociti T vengono prelevati dal sangue del paziente e modificati geneticamente in laboratorio, dotandoli di un recettore artificiale che funziona come un sensore capace di riconoscere proprio quel marcatore. Prima dell’infusione i pazienti ricevono un breve ciclo di chemioterapia preparatoria, che abbassa temporaneamente il numero di alcune cellule immunitarie e lascia spazio alle CAR T per moltiplicarsi. Poi, una singola infusione. Le cellule modificate vanno a caccia di tutto ciò che porta il CD19, comprese quelle cellule a lunga vita annidate nelle articolazioni, difficili da raggiungere in altri modi.

Sei pazienti, dieci anni di terapie fallite

Lo studio COMPARE ha arruolato nella sua prima fase sei persone con forme particolarmente severe, tre donne e tre uomini fra i 31 e i 69 anni. Nel decennio precedente avevano provato fino a otto terapie mirate o biologiche, senza che nessuna riuscisse a controllare la malattia in modo adeguato.

L’attività di malattia è calata in maniera netta in tutti e sei. Durante un follow up arrivato fino a un anno, tre pazienti si trovavano in remissione stabile senza assumere alcun farmaco per l’artrite reumatoide, come racconta Krönke, che guida il gruppo di ricerca congiunto fra la Charité e il Centro Tedesco di Ricerca sul Reumatismo. I livelli degli autoanticorpi tipici della malattia sono crollati, e quando il sistema delle cellule B si è ricostituito sono tornate soprattutto cellule naïve, non ancora plasmate dalla malattia. Quelle dirette contro i tessuti dell’organismo non erano più rilevabili in quasi tutti i partecipanti. Gli anticorpi delle vaccinazioni precedenti, per esempio contro varicella e tetano, sono invece rimasti rintracciabili.

Sicurezza incoraggiante, ma la strada è ancora sperimentale

Sul fronte degli effetti indesiderati, la dottoressa Marie Luise Hütter-Krönke riferisce solo una sindrome da rilascio di citochine temporanea, da lieve a moderata, gestibile senza difficoltà. Nessuna complicanza neurologica grave, infezioni rare.

Restano i limiti. La terapia CAR T per le malattie autoimmuni è ancora sperimentale e manca esperienza sul lungo periodo. Le risposte sono state diverse fra i sei partecipanti, alcuni non hanno raggiunto una risposta completa e in un caso la malattia è tornata dopo un primo periodo di remissione senza farmaci. La seconda fase dello studio coinvolgerà dieci pazienti aggiuntivi e confronterà le CAR T con un farmaco già approvato che agisce anch’esso sulle cellule B, per capire se l’effetto sia davvero più forte e duraturo.

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