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Dall’arcade online della Casa Bianca è sparito Build the Wall, il gioco per browser che chiedeva di impilare mattoni per tirare su un muro lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Una rimozione silenziosa, senza comunicati, arrivata pochi giorni dopo le proteste pubbliche di The Tetris Company, che aveva preso le distanze dal progetto tirando in mezzo la questione del copyright. Il motivo era abbastanza evidente a chiunque avesse aperto la pagina: la somiglianza con Tetris non era casuale, era il punto centrale del gioco. Build the Wall faceva parte di un piccolo pacchetto di titoli pubblicati il 3 settembre, minigiochi elementari costruiti attorno ai temi politici dell’amministrazione Trump e pensati con tutta probabilità per catturare qualche condivisione facile sui social. La formula era quella dei blocchi da incastrare, con la variante a tema immigrazione al posto dei tetramini. Nulla di sofisticato, ma sufficiente a far scattare la reazione dell’azienda che gestisce uno dei marchi più protetti della storia dei videogiochi.
Non era l’unico gioco a copiare qualcosa
Vale la pena notare che Build the Wall non era affatto l’unico titolo del gruppo a ricalcare un gioco esistente. Nella stessa raccolta comparivano Flappy Bill, che è un clone piuttosto trasparente di Flappy Bird, e Rio Run, che in pratica è Snake con un altro nome. Nessuno dei due, però, ha attirato lo stesso tipo di attenzione. La differenza l’ha fatta la reazione immediata e pubblica dei detentori del marchio Tetris, arrivata a distanza di ventiquattro ore dalla pubblicazione. Il 4 settembre The Tetris Company ha pubblicato su Instagram e su X un messaggio breve e piuttosto secco, in cui specificava di non aver avuto alcun ruolo nella realizzazione di Build the Wall. Nello stesso post l’azienda prendeva le distanze dalla retorica divisiva del gioco, ribadendo di credere nel “potere della connessione e nel portare le persone insieme”. Poi la frase che, nel linguaggio delle aziende, suona come un avvertimento: la società prende “molto seriamente” le violazioni di copyright.
Nessuna causa, ma il risultato è arrivato comunque
Interpellata dopo il post, l’azienda non si è spinta oltre. Nessun impegno formale ad avviare un’azione legale, soltanto la conferma che stava “esaminando la questione” per capire quale altra risposta fosse eventualmente necessaria. Cosa sia stato fatto concretamente dietro le quinte non è chiaro, e probabilmente non lo sarà mai, visto che questo genere di trattative raramente finisce in pubblico. Il risultato però è misurabile: il gioco della Casa Bianca non è più raggiungibile. Ed è qui che la vicenda diventa interessante al di là del singolo caso. È bastata una pressione pubblica tutto sommato contenuta, un paio di post sui social e una dichiarazione dai toni fermi ma non minacciosi, per ottenere la rimozione del contenuto. Nessun tribunale, nessuna diffida resa nota, nessuna escalation. Una lezione utile per chiunque si ritrovi, la prossima volta, con la propria proprietà intellettuale usata come base per un minigioco a tema politico.
Resta il fatto che l’operazione era stata pensata come vetrina, non come esperimento di design. I giochi dell’arcade della Casa Bianca puntavano su meccaniche riconoscibili da tutti proprio perché nessuno dovesse spiegarle: impilare blocchi, far volare un uccellino, guidare un serpente. Meccaniche vecchie di decenni, associate a marchi che hanno costruito il loro valore su una riconoscibilità immediata. E quella riconoscibilità, nel caso di Tetris, viene difesa con una certa costanza. Degli altri titoli pubblicati il 3 settembre non si registrano al momento rimozioni. Flappy Bill e Rio Run restano al loro posto, senza che i rispettivi riferimenti originali abbiano prodotto reazioni pubbliche comparabili.








