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Che l’auto elettrica abbia davvero spazzato via 350.000 posti di lavoro in Europa è un’idea che circola con insistenza, ma i numeri raccontano una storia più intricata di quanto sembri. Il punto di partenza però è solido e lascia poco spazio ai dubbi. L’industria automobilistica europea oggi perde occupazione molto più in fretta di quanto riesca a crearne di nuova. Ne esce un saldo negativo che pesa sulle fabbriche e su chi lavora lungo tutta la catena produttiva, un equilibrio che si sta spostando nella direzione sbagliata.
Auto elettrica: fino a 350.000 posti a rischio entro il 2030
La stima che preoccupa di più riguarda i fornitori. Entro il 2030 potrebbero sparire fino a 350.000 impieghi soltanto tra i componentisti, cioè le aziende che producono parti e sistemi destinati poi ai grandi marchi. Il dato non riguarda quindi l’intero comparto ma un solo segmento della filiera, e proprio questo dettaglio rende la cifra ancora più significativa.
Il mondo della componentistica si trova in una posizione delicata perché è legato a doppio filo agli ordini dei costruttori. Il numero di 350.000 va letto come una possibilità e non come un bilancio già chiuso. Si tratta di una soglia massima che descrive lo scenario più pesante dei prossimi anni e che basta da sola a far capire la portata del problema.
Il Paese che sta già pagando il conto più salato è la Germania. Considerata il nucleo industriale del settore, vede ricadere su di sé una fetta consistente di questa crisi. Proprio perché rappresenta il cuore produttivo dell’automotive europeo, ogni difficoltà del comparto finisce per riflettersi lì con un’intensità maggiore. E non si parla di una minaccia lontana, visto che gli effetti sono già concreti adesso e non in un futuro indefinito.
Cina ed elettrico, colpevoli troppo comodi
Davanti a cifre del genere la ricerca di un responsabile scatta quasi in automatico. Nel dibattito pubblico i colpevoli sono stati trovati in fretta e sono sempre gli stessi, da una parte i costruttori cinesi e dall’altra le vetture a batteria. Due bersagli facili da indicare che si prestano bene a slogan e titoli ad effetto.
Il ragionamento appare lineare. Arrivano i marchi cinesi con i loro modelli, la transizione elettrica cambia il modo di costruire le automobili e il lavoro svanisce. Un’equazione semplice e convincente al primo sguardo, che però non regge fino in fondo quando la si mette a confronto con quello che succede davvero nel settore.
Nei fatti il quadro è molto meno semplice di come viene spesso dipinto. Scaricare tutta la responsabilità sulla mobilità elettrica o sulla concorrenza proveniente dalla Cina significa ridurre a una sola causa un fenomeno che ha radici più complesse. Per questo la domanda se l’auto elettrica abbia davvero cancellato 350.000 posti di lavoro in Europa non ammette una risposta secca. La crisi occupazionale che sta colpendo i fornitori e la Germania nasce da un intreccio di fattori che va ben oltre i due colpevoli indicati con tanta sicurezza dal dibattito.
Fonte: TecnoAndroid








