Un sottilissimo strato di argilla ha svelato che l’asteroide che uccise i dinosauri apparteneva a una categoria di roccia spaziale davvero insolita, qualcosa che nemmeno i meteoriti più pregiati custoditi nei musei possiedono. È una scoperta che cambia parecchio il modo in cui immaginavamo quell’oggetto piombato sulla Terra e responsabile della fine del regno dei grandi rettili.
A guidare l’analisi è stato Philippe Claeys, ricercatore all’Università della Columbia Britannica. Il suo lavoro si è concentrato sui rapporti isotopici del nichel rimasto intrappolato in quel sottile strato d’argilla che segna il passaggio tra due grandi ere geologiche. Gli addetti ai lavori lo chiamano limite K-Pg, ovvero il confine tra il Cretaceo e il Paleogene. Un dettaglio all’apparenza minimo, ma che racchiude tracce chimiche capaci di raccontare la storia di ciò che accadde milioni di anni fa.
Cosa dice davvero lo studio sull’estinzione
I risultati, finiti sulle pagine di Science Advances, hanno permesso di riclassificare l’oggetto che pose fine all’esistenza dei dinosauri non aviani. Non un asteroide qualunque, ma una condrite carbonacea. E non una condrite carbonacea generica, bensì un esemplare piuttosto raro nel suo genere. Questo tipo di roccia è considerato tra i più antichi del Sistema Solare, una specie di capsula del tempo che conserva materiali risalenti alla formazione dei pianeti.
Il fatto che l’impatto sia stato provocato proprio da un corpo del genere aggiunge un tassello importante alla ricostruzione di quell’evento catastrofico, quello che segnò la fine di un’epoca e aprì la strada a un mondo completamente diverso. L’analisi degli isotopi del nichel si è rivelata la chiave per arrivare a questa conclusione. Sono infatti le firme chimiche lasciate da quel materiale a permettere agli scienziati di risalire alla natura precisa dell’oggetto, un livello di dettaglio che fino a poco tempo fa sembrava fuori portata.
Un altro aspetto particolarmente interessante emerso dalla ricerca riguarda la rarità di questi corpi celesti. Le condriti carbonacee rappresentano infatti solo una piccola parte dei meteoriti rinvenuti sulla Terra, ma sono considerate tra i materiali più primitivi e meglio conservati dell’intero Sistema Solare. Al loro interno possono essere presenti composti organici e minerali formatisi oltre 4,5 miliardi di anni fa, prima ancora che il nostro pianeta assumesse la forma attuale. Secondo gli studiosi, identificare con maggiore precisione la natura dell’asteroide di Chicxulub aiuta anche a comprendere meglio le dinamiche che portano questi oggetti dalle regioni esterne della fascia principale degli asteroidi fino all’orbita terrestre, migliorando i modelli utilizzati oggi per valutare i rischi di futuri impatti cosmici.


