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Asahi Linux arriva sui Mac con chip M3: ecco come funziona il tutto

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Chi aspettava di vedere Asahi Linux girare sui Mac più recenti ha finalmente qualcosa in mano: è arrivata la prima build ufficiale per i chip Apple Silicon M3, che fino a poco tempo fa restavano fuori dai giochi. Prima di questo passaggio, l’installazione era possibile soltanto sulle macchine con M1 e M2, e il salto in avanti è arrivato pure più velocemente del previsto. A fine agosto il team parlava di qualche settimana di lavoro, invece ne è passata più o meno una.

Va detto subito, però, che la parola “ufficiale” qui va presa con le pinze. Vale per M3 esattamente come già valeva per i chip precedenti: alcuni componenti hardware non sono ancora supportati, quindi la distribuzione funziona ma non copre tutto quello che il Mac sa fare quando gira con macOS. C’è poi un’esclusione importante da segnalare, ovvero il chip M3 Ultra, che per il momento resta scoperto. Tradotto in pratica, tutti i dispositivi che lo montano, in particolare alcune varianti di Mac Studio, per ora non possono accedere a questa build.

Cos’è Asahi Linux e perché portarlo sui Mac è così complicato

Il progetto nasce con un obiettivo piuttosto chiaro: permettere di installare e usare Linux in modo nativo sui Mac dotati di processori proprietari Apple, senza passare da macchine virtuali o altri strumenti di virtualizzazione. Sembra semplice detto così, ma il lavoro dietro le quinte è enorme, e per un motivo molto concreto. Apple non pubblica documentazione tecnica utile a costruire driver Linux compatibili con il suo hardware, quindi chi sviluppa deve muoversi praticamente a tentoni.

Il metodo, di fatto, è il reverse engineering: si osserva come si comporta il sistema, si smonta il funzionamento pezzo per pezzo e si ricostruisce da zero il codice necessario. Il tutto affidato a un gruppo ristretto di appassionati, senza finanziamenti stabili alle spalle. Che una cosa del genere sia arrivata a produrre build funzionanti, e ora anche per una generazione di chip relativamente recente, dice molto sulla qualità del lavoro svolto.

Cosa funziona su M3 e quali pezzi mancano ancora

L’elenco delle cose che girano correttamente è più corposo di quanto molti si aspetterebbero. Su M3 risultano supportati webcam e microfoni integrati, la connettività Wi-Fi e il Bluetooth, oltre alle porte USB fino a 10 Gbps. C’è anche la decodifica video accelerata via hardware, dettaglio tutt’altro che secondario: senza quella, la riproduzione di contenuti multimediali diventa pesante e le prestazioni crollano rapidamente.

I tasselli mancanti, però, ci sono e non sono banali. Il più rilevante riguarda il supporto completo al Display Co Processor, il componente che si occupa della gestione avanzata dello schermo. La sua assenza si porta dietro una serie di conseguenze a catena, perché tocca funzioni che nell’uso quotidiano contano parecchio.

Due in particolare. La prima è la modalità sospensione, che al momento non funziona come dovrebbe. La seconda riguarda l’uscita video HDMI presente su alcuni MacBook, che risulta attualmente disabilitata. Chi collega abitualmente un monitor esterno tramite quella porta, insomma, dovrà pazientare ancora un po’ prima di poter contare su un sistema pienamente utilizzabile in configurazione da scrivania.

Il quadro complessivo, quindi, è quello di un progetto che avanza a passo sostenuto ma che porta con sé le limitazioni tipiche di chi lavora senza specifiche ufficiali. Il supporto ai chip Apple Silicon si allarga, la lista dei dispositivi compatibili si allunga, e l’unica famiglia che resta fuori da questa tornata è quella basata su M3 Ultra.

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