Tra i sistemi di difesa che stanno guadagnando spazio nei laboratori militari c’è Archimedes, un laser anti drone che il Pentagono ha appena messo alla prova sul campo con risultati che hanno fatto rumore. A svilupparlo è la californiana Aurelius Systems, che ha portato a termine una serie di test dal vivo abbattendo 25 droni durante le esercitazioni. Un nome curioso, certo, ma dietro c’è una tecnologia tutt’altro che folkloristica.
Le prove si sono svolte a Camp Atterbury, all’interno di un programma molto più vasto che ha coinvolto quasi 60 piattaforme diverse. Tutte messe alla prova con lo stesso obiettivo, ovvero migliorare la protezione delle forze armate e costruire capacità operative di nuova generazione. In questa cornice Archimedes ha dovuto vedersela con più di 20 quadricotteri e cinque droni forniti direttamente dall’esercito statunitense. Ed era la prima volta che il sistema veniva testato contro bersagli militari messi a disposizione dalle forze armate, non contro semplici obiettivi commerciali.
Stando a quanto comunicato dall’azienda, il risultato è stato netto. Tutte le minacce simulate sono state neutralizzate, senza eccezioni.
Come funziona la piattaforma di Aurelius Systems
La cosa interessante è che parliamo di una piattaforma completamente autonoma. Rileva, identifica, segue e ingaggia i bersagli da sola, senza tirare in ballo i classici missili intercettori. Archimedes è stato progettato per affrontare i droni delle categorie Group 1 e Group 2, che comprendono velivoli senza pilota fino a circa 599 chilogrammi di peso e con velocità massime intorno ai 463 chilometri orari. Non roba da poco, insomma. Veri e propri mezzi pensati per colpire, che il sistema riesce ad abbattere uno dopo l’altro.
Il segreto sta nella combinazione tra un laser ad alta energia e una serie di sensori avanzati. Questo mix consente di colpire ripetutamente bersagli che si trovano oltre 1 chilometro di distanza. E qui entra in gioco il vero punto di forza, quello economico. I missili costano parecchio e i colpi a disposizione sono limitati. Le armi a energia diretta, invece, promettono ingaggi molto più economici e la possibilità di gestire tante minacce in rapida successione, una dopo l’altra.
C’è ovviamente un vincolo, e cioè la necessità di una fonte di alimentazione costante. Senza energia, il laser non spara. Eppure soluzioni di questo tipo si stanno rivelando preziose negli scenari moderni, dove i droni commerciali o a basso costo vengono buttati sul campo di battaglia in quantità industriali. Sciami che con i metodi tradizionali diventano costosissimi da fermare.