Il prato dietro casa mia, quello che scende leggero verso le siepi, è sempre stato la mia piccola nemesi domestica. Villa fuori Guidonia, spazio bello ampio, due cani che lo vivono come se fosse una savana personale: e io che, tra un allenamento di tiro con l’arco e una giornata di lavoro, l’erba la guardavo crescere con quel misto di rassegnazione e sensi di colpa che conoscono bene tutti quelli che hanno un giardino vero. Poi è arrivato questo robot tagliaerba senza filo perimetrale, e la mia routine del sabato mattina è cambiata parecchio.
Parlo dell’ANTHBOT M9, un rasaerba robotico che punta tutto su una promessa precisa: niente cavo da interrare, navigazione RTK satellitare, doppia telecamera con intelligenza artificiale, e un prezzo che non ti fa sentire in colpa come farebbe un top di gamma. Sulla carta si rivolge a giardini fino a 1.000 metri quadrati (fino a 1.200 dichiarati come massimo), quindi in teoria il mio pezzo di verde ci sta comodo. In teoria, appunto. Perché una cosa è la scheda tecnica, un’altra è vedere l’affarino arrampicarsi sulla parte in pendenza mentre Anubi lo fissa come se fosse un intruso da valutare.
Ho tenuto questo robot in prova per circa un mese. Abbastanza per superare l’entusiasmo da unboxing e arrivare a quella fase, più onesta, in cui smetti di guardarlo e cominci a dimenticartene. Che poi, se ci pensate, è esattamente quello che dovrebbe fare un buon elettrodomestico autonomo. Sparire. Lavorare mentre tu fai altro. E alla fine della fiera è proprio su questo terreno che mi sono giocato il giudizio.
Una premessa doverosa, prima di entrare nel merito. Confesso che verso i robot tagliaerba partivo un po’ prevenuto. Mi sono sempre sembrati oggetti pensati per prati da cartolina, quelli larghi, piatti, inondati di sole, che esistono più nelle brochure che nella vita reale. Il mio giardino è tutt’altro: irregolare, vissuto, con dislivelli e imperfezioni. Proprio per questo l’ho vissuto come il banco di prova ideale. Se un robot funziona qui, funziona quasi ovunque. E la domanda vera, quella che mi frullava in testa staccando la macchina dalla base la prima volta, era una sola: riuscirà a cavarsela in un contesto che non gli fa sconti? La risposta, anticipo, è più articolata di un semplice sì o no. Attualmente è disponibile su Amazon Italia.
Unboxing: scatola pesante, dotazione completa
La prima cosa che ho notato è stata la scatola. Non tanto per l’estetica, quanto per il peso e per quanta roba ci fosse dentro. Perché un conto è il robot (poco più di dieci chili), un altro è tutto il corredo che serve per farlo funzionare davvero senza cavi sepolti nel terreno.
Aprendo, ho trovato il robot vero e proprio, la stazione di ricarica con relativo alimentatore e prolunga, e poi il pezzo che fa la differenza in questa categoria: l’antenna RTK, che arriva smontata in due sezioni con tanto di picchetto da conficcare nel prato. C’erano anche un set di lame di ricambio (cinque pezzi in più rispetto alle cinque già montate), le viti per ancorare la base, e la chiavetta esagonale per cambiare le lame quando servirà. Niente garage di serie, sia chiaro: quello resta un accessorio a parte, e l’ho sentito come una piccola mancanza vista l’esposizione permanente agli agenti atmosferici a cui il robot è destinato.

Dotazione generosa, insomma. Non da fascia premium con la scatola magnetica che si apre come uno scrigno, ma completa e onesta. Tutto quello che serve per partire c’è. E c’è anche un dettaglio che ho apprezzato solo dopo: le lame di scorta incluse ti tolgono il pensiero per i primi mesi, perché su un robot che gira tre volte a settimana quelle si consumano, eccome.

Una nota sul montaggio dell’antenna. Non è complicato, ma bisogna ragionarci un attimo su dove piantarla. Serve cielo libero sopra la testa, quindi lontano da chiome fitte e muri alti. La mia prima scelta è stata sbagliata (l’ho messa troppo vicino al noce grande), e me ne sono accorto solo quando il segnale ballava. Riposizionata, tutto è filato liscio. Ma di questo parlo meglio più avanti, quando arriviamo al capitolo navigazione.

Sul tempo di installazione, invece, permettetemi un piccolo appunto polemico. Il produttore sbandiera un setup in dieci minuti. Ecco, siamo onesti: dieci minuti sono ottimistici. Tra lo sballare tutti gli accessori, montare l’antenna in due sezioni, conficcare il picchetto nel terreno duro di fine primavera, fissare la base, creare l’account e avviare la mappatura, io ci ho messo la mia mezz’ora abbondante. Che comunque è pochissimo rispetto all’incubo dei vecchi robot con il filo perimetrale da interrare lungo tutto il perimetro. Chi c’è passato sa di cosa parlo: ore di lavoro, prove, aggiustamenti, e la scoperta finale di averlo posato storto. Qui niente di tutto questo. Ma i dieci minuti scordateveli.
Design e costruzione: piccolo, tozzo, funzionale
Diciamolo subito: non è un oggetto bello. È un oggetto utile, che è diverso. La scocca superiore è grigio chiaro tendente al silver, il corpo e il telaio sono antracite, e nell’insieme trasmette l’idea di un attrezzo da lavoro più che di un gadget da esibire. Va benissimo così, perché deve stare in mezzo all’erba, non sul comodino.
Le dimensioni sono il vero punto di forza estetico e pratico allo stesso tempo. Parliamo di circa cinquanta centimetri di lunghezza, quaranta di larghezza e venticinque di altezza. Compatto. Tozzo. E questo gli permette di infilarsi in passaggi stretti fino a sessantacinque, settanta centimetri, cosa che nel mio giardino conta parecchio: c’è quel corridoio dietro le siepi dove il vecchio tosaerba a spinta non passava senza che io mi graffiassi le braccia. Lui ci entra e ne esce senza drammi.

La qualità costruttiva? Onesta, senza voli pindarici. È plastica, e si sente. Non ha la sensazione di solidità blindata dei modelli che costano il doppio, e a essere sincero un paio di volte, sollevandolo, ho pensato speriamo regga bene l’inverno. Ci sono adesivi che ti avvisano di non afferrarlo per i copriruota (che è esattamente il punto dove istintivamente lo prenderesti), e la maniglia vera si trova sotto, sul retro. Un po’ scomodo da spostare, ma nulla di tragico.

Sul lato pratico, però, la costruzione mi ha convinto più di quanto la plastica lasciasse presagire. Le ruote posteriori sono grandi e ben tassellate, quelle anteriori più piccole e di tipo pivottante. Il grado di protezione è IPX6, quindi lo si può sciacquare tranquillamente con la canna dell’acqua, cosa che ho fatto più di una volta dopo che Dafne aveva deciso di riorganizzare l’aiuola scavando. C’è il sensore pioggia integrato, e c’è pure una chiave di sicurezza fisica che funziona da interruttore generale: la togli e il robot semplicemente non parte. Con i cani intorno, e volendo con eventuali bambini in visita, è una piccola rassicurazione che vale.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Superficie consigliata | 1.000 m² (massimo dichiarato 1.200 m²) |
| Navigazione | RTK Full-band + doppia telecamera AI, fino a 155 satelliti |
| Connettività aggiuntiva | NetRTK su 4G, Wi-Fi, Bluetooth (setup) |
| Rilevamento ostacoli | Doppia camera HDR 150°, oltre 1.000 oggetti riconosciuti, 3 livelli |
| Sistema di taglio | Disco da 20 cm con 5 lame flottanti |
| Larghezza di taglio | 20 cm |
| Altezza di taglio | da 3 a 7 cm, regolabile elettricamente da app (step 5 mm) |
| Velocità lame | circa 2.500 giri/min |
| Capacità di taglio | fino a 120–150 m² all’ora |
| Pendenza massima | 45% (24°) |
| Batteria | 5.000 mAh (5 Ah / circa 90 Wh) |
| Autonomia dichiarata | circa 90 minuti per carica |
| Tempo di ricarica | circa 90 minuti (nella pratica anche più lungo) |
| Rumorosità | ≤ 58 dB dichiarati |
| Zone di taglio | fino a 20, gestibili da app |
| Stazioni RTK supportate | fino a 2 (giardino anteriore e posteriore) |
| Passaggi minimi | circa 65–70 cm |
| Protezione | IPX6 + sensore pioggia |
| Peso | 10,1 kg |
| Dimensioni | 49,8 × 39,2 × 25,1 cm |
| Display | assente (pulsanti a membrana + LED di stato) |
| Garanzia | 3 anni |
Componentistica: dove hanno deciso di spendere
Ora, la parte interessante. Perché sotto quella scocca di plastica non troppo entusiasmante si nasconde un’architettura tecnologica che, sinceramente, non mi aspettavo a questo prezzo. È qui che si capisce dove il produttore ha messo i soldi e dove invece ha tirato la cinghia.
Il cuore di tutto è la combinazione tra RTK Full-band e visione AI duale. L’RTK, per chi non mastica il gergo, è la stessa tecnologia di posizionamento satellitare ad altissima precisione che si usa nei rilevamenti topografici e nell’agricoltura di precisione. La versione “Full-band” vuol dire che il robot pesca segnali da un numero enorme di costellazioni satellitari, fino a centocinquantacinque secondo i dati ufficiali, contro le poche decine di un RTK base. Il risultato pratico è un posizionamento centimetrico che regge anche quando le condizioni si fanno ostili, tipo sotto una chioma parziale o vicino a un muro alto. Il produttore parla di una stabilità del segnale superiore del cinquanta per cento rispetto ai sistemi a frequenza singola o doppia. Numeri di marketing, certo, però qualcosa di vero c’è, e nella prova sul campo si sente.

Ad affiancare l’antenna ci pensano due telecamere HDR con angolo di 150 gradi. Non sono lì per fare belle riprese: servono al riconoscimento degli ostacoli tramite algoritmi di intelligenza artificiale, con oltre mille oggetti da giardino memorizzati nel database. Un tubo dell’acqua dimenticato sul prato, una pallina, un giocattolo, un animale che passa: la macchina dovrebbe riconoscerli e aggirarli. Dico “dovrebbe” perché poi nella realtà le cose sono più sfumate, e ci torno nel capitolo dei test.
Il sistema di taglio è invece piuttosto classico, ma con un dettaglio che apprezzo: cinque lame flottanti su un disco da venti centimetri, invece delle solite tre. Più lame significa taglio più fine, erba ridotta in pezzettini piccoli che ricadono sul prato e lo concimano lentamente. È il principio del mulching, e con il passaggio ripetuto tre volte a settimana non ho quasi mai visto quelle antiestetiche righe di erba tagliata e morta che rovinano il colpo d’occhio. La motorizzazione delle ruote posteriori spinge con decisione, anche se, va detto, su terreno molto irregolare o bagnato la trazione mostra i suoi limiti. Ma anche qui, ne riparliamo tra poco.
App companion: completa, un filo grezza
Tutta la gestione passa dall’app ANTHBOT, che serve già in fase di configurazione e poi diventa il tuo pannello di controllo per tutto il resto. La schermata principale mostra l’avanzamento della tosatura in tempo reale sulla mappa, e devo dire che vederlo muoversi lì, puntino che avanza sul prato virtuale, dà una soddisfazione un po’ infantile che non mi vergogno ad ammettere.
Dal menu a ingranaggio si regola praticamente tutto: numero di passaggi (uno o due), altezza di taglio a incrementi di cinque millimetri, direzione della tosatura liberamente impostabile, e la sensibilità del rilevamento ostacoli su tre livelli. C’è poi la gestione mappa, che permette di salvare backup, definire il comportamento ai bordi, creare zone separate e persino tracciare i percorsi di collegamento tra un’area e l’altra. Aggiungete le pianificazioni settimanali, la modalità antipioggia, l’antifurto e gli aggiornamenti firmware via OTA, e avete il quadro di un software tutt’altro che povero.
Però. C’è sempre un però. La localizzazione italiana non è impeccabile, con qualche voce tradotta un po’ alla buona che all’inizio ti fa alzare il sopracciglio. Niente di bloccante, sia chiaro, ci si abitua in fretta, ma su un prodotto venduto ufficialmente in Italia mi sarei aspettato una cura maggiore. E poi manca una cosa che avrei trovato utilissima: una funzione video in diretta dalle telecamere. Ce le hai, due camere HDR belle nitide, e non puoi vedere cosa inquadrano in tempo reale. Peccato, sul serio.

In alternativa all’app si può comandare il robot direttamente dai pulsanti a membrana sulla scocca: Mow, OK, Home, più il grande STOP rosso di emergenza. Non c’è un display, solo quattro LED di stato e l’indicatore di batteria a tre tacche. Essenziale, ma per le operazioni al volo funziona.
Prestazioni e autonomia: la batteria mi ha sorpreso
Qui c’è una cosa che mi ha fatto piacere, e la dico da uno che con le batterie ci ha fatto pace da tempo (giro con una Renault Zoe, ho imparato a fidarmi ma anche a diffidare dei dati dichiarati). La batteria da 5.000 mAh promette circa novanta minuti di lavoro per carica, e nella mia esperienza li ha rispettati, anzi in un paio di occasioni con erba non troppo alta li ha pure superati.

In termini di superficie coperta con una singola carica, sul mio prato siamo attorno ai duecentocinquanta, trecento metri quadrati prima che tornasse alla base a rifiatare. Considerando le dimensioni compatte del robot e la fascia di prezzo, è un risultato niente male. Quando la carica cala, rientra da solo, si ricarica, e riprende il lavoro esattamente dove l’aveva lasciato. Autonomia gestita bene, insomma, per aree medio grandi che richiedono più di un ciclo.
Sul tempo di ricarica devo però smorzare un attimo l’entusiasmo. I novanta minuti dichiarati, nella pratica, si allungano. Nelle mie prove, tra ripartenze e assestamenti, il ciclo completo di ricarica ha richiesto più tempo del previsto, avvicinandosi alle due ore. Non è un dramma se pianifichi le tosature quando non sei in giardino, ma è giusto saperlo. E c’è un altro dettaglio: il rientro in stazione non è sempre perfetto al primo colpo. Un paio di volte l’ho visto “cercare” il contatto, avvicinarsi, mancare, riprovare. Ci arriva sempre, per carità, ma non con quella grazia chirurgica che ti aspetteresti.
Sui consumi elettrici, per curiosità (e perché il tema mi interessa), ho tenuto d’occhio la questione. Estrapolando i valori su uno scenario tipo di tosatura tre volte a settimana, il consumo mensile si aggira su cifre molto contenute, dell’ordine di pochi kilowattora. Non è il robot più parsimonioso in assoluto, ma parliamo di spiccioli sulla bolletta. In standby, quando se ne sta buono nella sua base ad aspettare il prossimo turno, assorbe pochissimo.
Test sul campo: quattro settimane di verità
E qui viene il bello. Perché tutte le specifiche del mondo non valgono niente finché non vedi l’oggetto lavorare sul tuo prato, con le tue pendenze, le tue buche, i tuoi cani che ci scorrazzano intorno. Il mio giardino non è un campo da golf, ve lo dico subito. Ha una parte pianeggiante vicino casa, una zona che scende verso il fondo, bordure irregolari, un paio di aiuole isolate, e le famose buche che Dafne scava con dedizione quasi professionale ogni volta che si annoia.
La prima tosatura l’ho fatta un martedì mattina di fine mese, staccando il robot dalla base verso le otto. Ammetto che sono rimasto lì a guardarlo, seduto sul gradino con il caffè in mano, aspettandomi di doverlo salvare da un momento all’altro. Invece no. Ha seguito il suo schema a U, righe pulite e ordinate, avanzando con una sistematicità che, lo confesso, mi ha rilassato. Anubi, il mio Groenendael, lo ha seguito passo passo per una decina di minuti con l’aria del supervisore scettico, poi ha perso interesse e si è sdraiato all’ombra. Buon segno.
La mappatura automatica con AI l’ho provata per prima. Il robot parte da solo, costeggia il perimetro del prato a pochi centimetri dal bordo, e disegna la mappa. Ha funzionato bene per quasi tutta la superficie, tranne che intorno a un’aiuola posizionata troppo vicino al margine: lì si è impappinato, e ho dovuto passare alla mappatura manuale, che si fa con due joystick virtuali sullo schermo. Niente di complicato, ma non è stata quella performance impeccabile che il marketing lascia intendere. Solida, sì. Brillante, no.

Il secondo giorno ho provato a stressarlo. Ho lasciato apposta un pezzo di tubo per irrigazione sull’erba, una vecchia pallina da tennis mezza mangiucchiata (cortesia di Anubi) e ho spostato una carriola in mezzo al percorso. Risultato? Il tubo e la pallina li ha aggirati con sicurezza, avvicinandosi ma senza toccarli. La carriola, ovviamente, l’ha evitata di slancio. Su questo fronte il rilevamento ostacoli mi ha convinto davvero, e non è scontato: ho letto di robot ben più costosi che con oggetti piccoli e bassi vanno in crisi.
Dove invece ho storto il naso è stato sul terreno irregolare. Le buche di Dafne, appunto. Il robot, con le sue ruote anteriori pivottanti, un paio di volte si è incastrato su un avvallamento, deviando dalla traiettoria. E la cosa fastidiosa è che l’app non mi ha avvisato: me ne sono accorto solo passando di lì una mezz’ora dopo e trovandolo fermo, impuntato, con quell’aria un po’ mesta. Nessuna notifica sul telefono. Su un dispositivo che dovrebbe lavorare mentre tu non ci pensi, questa è una lacuna che pesa.

Un’altra sera, verso il tramonto, l’ho fatto girare sulla parte in leggera pendenza. Qui il discorso è ambivalente. Sul dolce se la cava, ma quando la salita si fa seria e il terreno è un po’ cedevole o umido, la trazione arranca e lo vedi pattinare. Quel 45% di pendenza massima dichiarato lo prenderei con le molle: è un valore da laboratorio, su superficie ideale. Sul prato reale, con l’erba che scivola, il margine si assottiglia parecchio. Per un giardino prevalentemente piano è perfetto. Per uno collinare, meglio fare due conti prima.
Nella terza settimana ho fatto un piccolo esperimento, più per curiosità che per metodo scientifico. Ho impostato i due passaggi con direzioni incrociate, per vedere se il famigerato effetto “righe da campo da calcio” si potesse ottenere anche su un giardino domestico. Beh, mica male. Non siamo ai livelli di uno stadio, ovviamente, ma il gioco di luce sull’erba pettinata in due sensi c’era, e una sera, tornando a casa con la Zoe e trovando il prato così, mi sono fermato un attimo a guardarlo dal vialetto. Soddisfazione da poco, forse. Ma le soddisfazioni da poco, in una giornata storta, contano.
Il taglio in sé, comunque, è ottimo. Dopo la prima settimana di passaggi regolari il prato aveva un aspetto uniforme, curato, di quelli che ti fanno guardare il vicino con una punta di orgoglio. Le cinque lame lavorano bene, l’erba viene sminuzzata fine, e il colore del manto ne guadagna. A conti fatti, quando il terreno collabora, il risultato estetico è pienamente da fascia superiore.

Un’ultima cosa sui test, e la dico perché è il genere di dettaglio che nelle schede tecniche non troverete mai. C’è un’inaccuratezza tipica di questa tecnologia satellitare che si manifesta ogni tanto: qualche volta il robot lascia in piedi una sottile striscia di erba non tagliata, un corridoio di pochi centimetri, presumibilmente a causa di minime imprecisioni di posizionamento durante la navigazione. Non capita spesso, e nella maggior parte dei casi la lacuna viene chiusa al passaggio successivo. Però l’ho notato, e sarebbe scorretto non dirlo. Non è un difetto che rovina l’esperienza, è più una piccola imperfezione da mettere in conto. Il tipo di cosa che, se sei un maniaco del prato perfetto al millimetro, ti darà un po’ fastidio. Se invece, come me, ti accontenti di un giardino che sta bene senza chiederti la vita, ci passi sopra senza pensarci.
Approfondimenti
Navigazione RTK e mappatura del giardino
La navigazione senza filo perimetrale è la ragione stessa per cui uno compra un robot del genere invece di quelli vecchia scuola con il cavo da interrare. E funziona su un presupposto: l’antenna RTK deve avere cielo libero. È questo il vero collo di bottiglia. Nel mio caso, dopo aver capito che il noce grande faceva ombra al segnale e spostato l’antenna in una posizione più aperta, la precisione è diventata affidabile e costante. Il robot sapeva sempre dove si trovava, al centimetro.

Detto questo, la tecnologia RTK ha i suoi limiti fisiologici, e sarebbe disonesto nasconderlo. Se il giardino è molto ampio e ci si allontana troppo dalla base, oppure se ci sono tanti alberi alti che disturbano la ricezione, la stabilità può calare. Un paio di volte, nella zona più coperta dalle fronde, l’ho visto avere piccole esitazioni. Nulla di grave, ma è il motivo per cui consiglio sempre di testare bene le condizioni reali prima di dare per scontato che tutto funzioni ovunque. C’è la possibilità di aggiungere una seconda stazione RTK per coprire aree separate, tipo giardino davanti e dietro casa, e per chi ha una situazione così frammentata è una feature che risolve parecchio.
Rilevamento ostacoli e sicurezza
Su questo, l’ho già anticipato, il robot mi ha stupito in positivo. Le due telecamere HDR a 150 gradi con AI fanno un lavoro sopra la media per la fascia di prezzo. La sensibilità è regolabile su tre livelli, e già a quello intermedio riconosce e aggira oggetti piccoli e bassi che di solito mandano in confusione i sensori più economici. Con due cani in giro, la cosa mi tranquillizzava: non ho mai avuto la sensazione che potesse investire qualcosa o qualcuno.
La sicurezza è rinforzata anche da elementi fisici: il tasto STOP di emergenza, la chiave di sicurezza che funge da interruttore generale, e la frenata d’emergenza. Togliendo la chiave quando il robot non lavora, semplicemente non si accende, il che è perfetto se hai bambini curiosi in visita o vuoi solo dormire tranquillo. L’unico rovescio della medaglia: senza chiave inserita non puoi avviarlo da remoto. Un piccolo compromesso tra comodità e sicurezza, e personalmente ho scelto la sicurezza.
Il nodo del taglio dei bordi
Ecco il tallone d’Achille classico di quasi tutti i robot di questo tipo, e questo non fa eccezione. Il piatto di taglio è posizionato al centro del corpo macchina, quindi resta una decina di centimetri buoni tra la lama e il bordo esterno della scocca. Tradotto: lungo i margini rimane una striscia di erba non tagliata, che poi tocca rifinire a mano con il decespugliatore.
Si può mitigare la cosa. Nell’app, per le singole zone di bordo, si imposta il robot perché sconfini fino a venti centimetri oltre il limite della mappa, recuperando parecchio. Ma attenzione, va fatto con testa: in un tratto delimitato da un cordolo di pietra ho impostato lo sconfinamento e il robot ha finito per zigzagare contro la pietra con il fianco destro, lasciando segni visibili sulla scocca. In quel caso il rilevamento ottico non ha avuto la meglio sull’impostazione forzata da app. Morale: usate lo sconfinamento solo dove il terreno oltre il bordo è a livello e libero da ostacoli duri.
Gestione delle pendenze e dei terreni irregolari
L’ho toccato nei test, ma merita un approfondimento perché è il fattore che, secondo me, discrimina di più chi dovrebbe comprarlo e chi no. Il robot dà il meglio su prati pianeggianti o leggermente ondulati. Le sue ruote anteriori pivottanti, comode per la manovrabilità nei passaggi stretti, sono però proprio ciò che lo rende vulnerabile su avvallamenti e buche: tende a incastrarsi o a deviare. Se il vostro giardino è vissuto, magari con animali che scavano come i miei, mettete in conto qualche intervento manuale.
Sulle salite vere il discorso è quello già fatto: il dato di pendenza massima è ottimistico rispetto alla realtà di un prato con erba umida e terreno morbido. Non lo compro se ho un giardino terrazzato o in forte declivio. Lo compro a occhi chiusi se ho una distesa in piano con qualche ostacolo qua e là.
Manutenzione ordinaria
Buone notizie, qui. Grazie alla protezione IPX6, la pulizia si fa con la canna dell’acqua senza patemi. Un getto sotto la scocca ogni tanto, per togliere l’erba accumulata sul disco, e via. Le lame si cambiano con la chiave in dotazione in pochi minuti, e avendone già cinque di scorta nella confezione, si va avanti un bel po’ prima di doverne ricomprare. Il consiglio spassionato, da chi ha imparato a sue spese, è di controllare le lame più spesso di quanto pensiate: girando così di frequente, si smussano, e una lama smussata strappa l’erba invece di tagliarla, ingiallendo le punte. Cinque minuti di controllo settimanale e il prato ringrazia.
Antifurto, 4G e connettività
Un robot che vive fuori, magari in una casa con giardino accessibile, è un oggetto che qualcuno potrebbe pensare bene di portarsi via. Il sistema antifurto con notifiche in tempo reale è quindi una di quelle funzioni che apprezzi in astratto e speri di non dover mai usare davvero. Se il robot viene spostato fuori dall’area senza autorizzazione, ti arriva l’allerta.
Sul fronte connettività, oltre al Wi-Fi domestico c’è il modulo 4G, che abilita la modalità NetRTK: in pratica il posizionamento satellitare di precisione senza bisogno dell’antenna fisica in giardino. Interessante, soprattutto per chi ha problemi a trovare una buona posizione per l’antenna. C’è però un dettaglio da tenere a mente: i primi mesi di 4G sono inclusi, poi il servizio diventa a pagamento con un canone annuale contenuto. E, nella mia prova come in altre che ho letto in giro, l’attivazione del NetRTK non è sempre stata liscissima. Diciamo che è una comodità in più, non la modalità su cui costruirei l’intero acquisto.
Rumorosità e rapporti di vicinato
Tema più importante di quanto sembri, soprattutto se, come me, hai le case dei vicini a distanza ravvicinata e non vuoi diventare quello del robot rumoroso all’alba. Il dato dichiarato parla di un massimo di 58 decibel, e nella pratica ci siamo abbastanza vicini. Da un metro di distanza, durante la tosatura più intensa, ho percepito qualcosa in più, diciamo attorno ai sessanta, ma è un rumore ovattato, continuo, per niente fastidioso. Non ha quel fischio metallico dei tosaerba tradizionali che ti buca le orecchie.
La conseguenza pratica è che posso farlo lavorare la mattina presto o nel tardo pomeriggio senza sentirmi in colpa verso chi mi sta intorno. Anzi, in un paio di occasioni ho dovuto avvicinarmi al robot per accorgermi che stava effettivamente girando, tanto era discreto. E i cani, che con il vecchio tosaerba a benzina sparivano terrorizzati in casa al primo colpo di avviamento, con questo qui non battono ciglio. Anubi ci dorme accanto. Per me è la prova del nove: se un Groenendael, che ha orecchie da radar, lo ignora, vuol dire che il livello sonoro è davvero contenuto.
Funzionalità: zone, programmazioni e comportamento pioggia
La gestione a zone multiple, fino a venti, è probabilmente la funzione che più mi ha cambiato l’esperienza d’uso. Ho potuto separare la parte davanti da quella dietro, assegnare frequenze e altezze diverse, e dire al robot di trattare l’aiuola centrale come un’isola da aggirare. Per un giardino dal layout un po’ articolato come il mio, è oro. Non un prato unico e piatto da falciare a tappeto, ma un ambiente con le sue eccezioni, gestite con una certa intelligenza.
Le programmazioni settimanali permettono di impostare i giorni e gli orari, e una volta calibrate si dimentica proprio che esista un problema chiamato “tagliare l’erba”. Ho scelto tre passaggi a settimana in fascia mattutina, quando sono al lavoro o in palestra, e il prato si mantiene costantemente in ordine senza il picco di lavoro del taglio unico e drastico.
Utile anche il comportamento antipioggia: grazie al sensore, se inizia a piovere il robot rientra alla base e sospende. Perché tagliare erba bagnata è un pessimo affare, l’erba si appiccica, il taglio è irregolare e le lame soffrono. Averlo automatizzato mi ha tolto un pensiero, soprattutto in una primavera romana bizzosa come quella di quest’anno, con acquazzoni improvvisi tra una schiarita e l’altra.
Pregi e difetti
Riassumo secco, come piace a me, senza girarci troppo intorno.
- Pro: installazione senza cavo perimetrale, veloce da avviare una volta piazzata bene l’antenna.
- Pro: rilevamento ostacoli sopra la media per la fascia, riconosce anche oggetti piccoli e bassi.
- Pro: taglio pulito e uniforme grazie alle cinque lame, con effetto mulching che nutre il prato.
- Pro: compatto e maneggevole, si infila in passaggi stretti dove i modelli grossi non arrivano.
- Pro: autonomia reale rispettata e gestione a zone multiple davvero flessibile.
- Contro: su terreni con buche e avvallamenti si incastra, e l’app non avvisa quando resta bloccato.
- Contro: pendenza massima dichiarata troppo ottimistica rispetto al comportamento reale.
- Contro: il taglio dei bordi lascia una striscia da rifinire a mano, come quasi tutta la categoria.
- Contro: costruzione in plastica che non trasmette solidità premium, e nessun garage di serie.
Prezzo e posizionamento
Veniamo al portafoglio. Il listino italiano è di 849 euro, con un prezzo promozionale di lancio attorno ai 799. Disponibile su Amazon Italia e nella grande distribuzione specializzata, spesso con coupon che limano ulteriormente la cifra. C’è anche la garanzia di tre anni, che su un oggetto destinato a vivere all’aperto tutto l’anno non è un dettaglio da poco.
Come si colloca? Nel mezzo, ed è esattamente lì che sta la sua forza. Non è il modello base al risparmio che ti fa rimpiangere i soldi spesi, e non è il top di gamma con LiDAR e finiture da salotto che costa una cifra spropositata. È il punto dolce del mercato, quello dove il rapporto tra funzioni e prezzo fa davvero la differenza per chi compra. Rispetto alle soluzioni più economiche, qui ti porti a casa la navigazione RTK satellitare con doppia visione AI, che a questa cifra è raro trovare. Rispetto ai modelli premium, rinunci alla costruzione più robusta, al LiDAR e a qualche rifinitura, ma risparmi parecchio.

Un paio di parole sulle varianti, perché ho visto un po’ di confusione in giro e vale la pena chiarire. Esiste un modello gemello pensato per giardini più piccoli, fino a cinquecento metri quadrati, praticamente identico nella costruzione ma con batteria di capacità dimezzata e quindi autonomia inferiore. Se il vostro verde è contenuto, quello basta e avanza e costa qualcosa in meno. Poi c’è tutto il fermento attorno alle versioni con navigazione laser, il famoso LiDAR, che nel corso del 2026 sta diventando lo standard sui modelli nuovi ma che su questo specifico esemplare non è presente: qui si va di RTK satellitare, punto. Occhio quindi in fase d’acquisto a non confondere le sigle, perché il nome della serie ricorre su prodotti con dotazioni diverse. Verificate sempre che quello che state comprando sia esattamente la configurazione RTK per i mille metri quadrati, e non un fratello minore o una variante con tecnologia differente.
Anche al listino pieno, se il giardino rientra nei mille metri quadrati di copertura ed è prevalentemente in piano, non me la sentirei di sconsigliarlo. In promozione, poi, diventa un affare piuttosto evidente. Attualmente è disponibile su Amazon Italia.
Conclusioni
Quattro settimane dopo, l’osservazione più onesta che posso fare è questa: la vera forza dell’ANTHBOT M9 non è una riga della scheda tecnica, ma il fatto che dopo qualche giorno smetti di pensarci. Lavora, taglia, torna alla base. E Dafne, che i primi due giorni lo fissava con quel tipico sospetto da pastore svizzero bianco, ha finito per ignorarlo come se fosse sempre stato lì, accanto alle siepi.
Lo consiglio a chi ha un giardino medio, fino ai mille metri quadrati, prevalentemente pianeggiante, e vuole liberarsi della schiavitù del taglio manuale senza svenarsi. A chi apprezza un buon rilevamento ostacoli, la gestione a zone e l’assenza totale di cavi da interrare. È il compagno ideale per il verde curato ma vissuto, quello dove ogni tanto un intervento umano ci sta e non ti fa arrabbiare.
Lo sconsiglio, invece, a chi ha un terreno in forte pendenza, pieno di buche e avvallamenti, oppure circondato da alberi alti e fitti che disturbano il segnale satellitare. In quei casi la tecnologia mostra il fianco, e la frustrazione supererebbe il beneficio.
A me, sul mio prato fuori Guidonia, ha restituito i sabati mattina. E questo, alla fine, vale più di qualsiasi numero.