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SPID ha i giorni contati, e questa volta non si tratta di semplici indiscrezioni. L’addio allo strumento che per anni è stato raccontato agli italiani come la chiave d’accesso indispensabile ai servizi della Pubblica Amministrazione ha ora una data, seppur indicativa. Il passaggio alla CIE, la carta di identità elettronica, rappresenta la direzione presa dal Governo, una scelta che affonda le radici in scelte annunciate già a fine 2022, poco dopo l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La novità arriva insieme agli aggiornamenti su app IO e IT-Wallet, che possono essere letti come un’accelerazione del processo destinato a mandare in pensione lo strumento. Non sarà una spiegazione facile da far digerire ai cittadini, considerando quanto è stato usato negli ultimi anni.
Il lento e inesorabile addio a SPID
Lo strumento resterà in circolazione ancora per un po’, ma il suo destino è quello di essere sostituito dalla carta di identità elettronica. In prospettiva, solo la CIE permetterà di sfruttare tutte le funzioni avanzate del portafoglio digitale, comprese quelle legate al trasferimento dei documenti tramite NFC. Chi ne rimarrà sprovvisto si troverà tra le mani un’esperienza incompleta, con parecchie limitazioni.
C’è anche una tempistica indicativa per la chiusura definitiva. Secondo quanto emerso, SPID dovrebbe essere spento entro agosto 2027, sempre in relazione a IT-Wallet e app IO. Nell’ultimo periodo di vita permetterà di accedere soltanto ad alcune funzionalità di base, e ci sarà modo di capire meglio quali saranno nei prossimi mesi.
Un destino segnato ormai da tempo
I numeri raccontano una storia interessante. I dati ufficiali più recenti pubblicati dall’Agenzia per l’Italia Digitale confermano un utilizzo ancora molto alto dello strumento, con 105 milioni di autenticazioni per l’accesso ai servizi online registrate nel solo mese di marzo. È proprio questo il punto delicato: convincere milioni di persone che conviene abbandonarlo non sarà semplice, anche se la spinta arriva direttamente dall’Europa.
Una prima spallata era già arrivata lo scorso anno, con la difficile trattativa per il rinnovo delle convenzioni. La decisione finale ha autorizzato i provider a trasformarlo in uno strumento premium, dunque a pagamento, con la richiesta di un abbonamento annuale. Alcuni operatori si sono già mossi in questa direzione, tra cui Poste Italiane, generando non pochi malumori tra gli utenti abituati a usarlo gratuitamente.











