I contenuti terroristici rimasti online per settimane sono al centro di un procedimento civile che l’Australia ha deciso di aprire contro Telegram. A muoversi è stato eSafety Commissioner, l’autorità che nel Paese svolge un ruolo simile a quello dell’AGCOM italiana, dopo aver accertato che la piattaforma non ha individuato né tolto dalla circolazione materiale a favore del terrorismo. Parliamo di roba pesante, tra cui video di esecuzioni e riprese di sparatorie di massa.
L’indagine è durata circa un anno. Al termine, l’autorità ha stabilito che alcuni obblighi previsti dall’Online Safety Act non sono stati rispettati. Le regole australiane, per certi versi vicine al Digital Services Act europeo, impongono ai servizi online di prevenire, individuare, scoraggiare e contrastare la diffusione di materiale illegale. Rientrano in questa categoria non solo i contenuti a sfondo terroristico, ma anche lo sfruttamento e l’abuso sessuale dei minori, oltre a crimini e violenze di gravità estrema.
Le sei violazioni contestate e la sanzione che rischia Telegram
Il quadro tracciato dall’eSafety Commissioner parla di sei violazioni distinte. La prima riguarda la mancata rimozione di materiale pro terrorismo pur essendone venuta a conoscenza. Nel dettaglio, alcuni video di esecuzioni terroristiche segnalati da utenti australiani sono rimasti accessibili fino a tre settimane. Una tempistica che, per un contenuto di quel tipo, pesa parecchio.
C’è poi la questione della prevenzione. Secondo l’autorità, la piattaforma non ha ridotto il rischio di nuove violazioni, ad esempio cancellando account, canali e gruppi coinvolti una volta scoperta la presenza di quel materiale. E non si è fermata qui l’analisi. Telegram non avrebbe rilevato contenuti già noti e ampiamente circolati, come la diretta streaming della sparatoria nella moschea di Christchurch del 2019 e la strage di Buffalo, nello stato di New York, avvenuta nel maggio 2022. Quest’ultimo materiale, stando a quanto emerso, era stato caricato quasi tre mesi prima di essere finalmente tolto.
Le altre contestazioni completano il quadro. La piattaforma non avrebbe interrotto e scoraggiato in modo efficace la distribuzione di questo tipo di contenuti. Mancano inoltre termini di servizio che vietino esplicitamente agli utenti di accedere o distribuire materiale a favore del terrorismo. Infine, chi aveva presentato denunce relative a materiale illegale non sarebbe stato informato dell’esito delle proprie segnalazioni.
Sul piatto c’è una possibile sanzione tutt’altro che simbolica. La mancata osservanza della legge può portare a sanzioni civili fino a 54,6 milioni di dollari australiani, una cifra che ruota attorno ai 31 milioni di euro. Un importo che dà la misura di quanto le autorità australiane facciano sul serio quando si tratta di sicurezza online e responsabilità delle piattaforme. Il procedimento arriva in un momento in cui la pressione normativa sulle grandi piattaforme di messaggistica cresce un po’ ovunque. L’approccio scelto dall’Australia con l’Online Safety Act ricalca la logica europea, spostando gran parte dell’onere sulle spalle di chi gestisce il servizio. Chi ospita i contenuti, insomma, non può più limitarsi a intervenire dopo, ma deve attrezzarsi per bloccare a monte la circolazione di quel materiale.











