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Il futuro di Firefox dipende oggi da una decisione presa in un’aula di tribunale americana, e non da una scelta di prodotto o da una strategia di marketing. Mozilla lo ha detto senza troppi giri di parole: senza i soldi che arrivano da Google, il browser rischia semplicemente di non esistere più. E con lui, secondo la fondazione, decine di altri programmi per navigare in rete che vivono dello stesso identico meccanismo economico.
Il punto è tutt’altro che teorico. La sentenza del tribunale antitrust statunitense che riguarda Google nasce con un obiettivo dichiarato, cioè rendere il mercato della ricerca online più aperto e competitivo. Il paradosso è che, applicata così com’è, potrebbe produrre l’effetto contrario. Colpendo gli accordi economici che Google stringe con chi sviluppa browser, si rischia di togliere ossigeno proprio a quei soggetti che oggi rappresentano l’unica reale alternativa al dominio di Chrome.
Come funziona davvero il giro dei soldi
Il modello è noto a chiunque abbia mai aperto un browser e digitato qualcosa nella barra degli indirizzi. Il motore di ricerca preimpostato non è lì per caso, è frutto di un accordo commerciale. Chi vuole comparire come opzione predefinita paga, e paga cifre importanti. Google è storicamente il principale acquirente di questa posizione, e per realtà come Mozilla quei versamenti non sono un contorno ma la parte più consistente delle entrate.
Tolto quel flusso, non resta granché. Firefox non ha un ecosistema hardware alle spalle, non vende dispositivi, non ha un sistema operativo da cui trarre profitto. Vive di sviluppo software e di una comunità che ci crede, ma lo sviluppo di un motore di rendering moderno costa cifre che nessuna donazione può coprire. Ecco perché l’avvertimento arrivato dalla fondazione suona meno come una provocazione e più come una constatazione contabile. Il ragionamento vale anche per i tanti browser minori che affollano il mercato. Molti si basano su tecnologie di terze parti e monetizzano allo stesso modo, attraverso accordi sulla ricerca predefinita. Se quella fonte di ricavi viene ridimensionata per legge, il taglio non colpisce solo il colosso sotto processo, ma tutta la filiera che gli ruota attorno.
Un rimedio che rischia di rafforzare Chrome
Qui sta il nodo che Mozilla mette sul tavolo. Un intervento pensato per limitare la posizione dominante di Google potrebbe finire per consolidarla, perché l’unico soggetto capace di sostenere i costi di un browser senza bisogno di accordi esterni è proprio Google stessa. Chrome non ha bisogno di essere pagato per impostare il motore di ricerca predefinito, dato che appartiene alla stessa azienda che quel motore lo possiede.
Il risultato paradossale sarebbe un mercato con meno attori e meno scelta. Non è la concorrenza che il tribunale aveva in mente quando ha avviato il procedimento, ma è lo scenario che secondo Mozilla si profila se le misure correttive verranno applicate senza tenere conto delle conseguenze a catena.
C’è poi un aspetto tecnico che pesa più di quanto sembri. Firefox è uno dei pochissimi browser a non basarsi su Chromium, il progetto open source guidato da Google. La sua scomparsa significherebbe perdere una delle ultime implementazioni indipendenti del web, con effetti diretti sugli standard e su chi realizza siti e applicazioni. Meno diversità tecnologica significa che le regole del web finirebbero per essere scritte, di fatto, da un solo soggetto. L’appello della fondazione va quindi in una direzione precisa: distinguere tra il comportamento anticoncorrenziale contestato e i meccanismi di finanziamento che tengono in vita gli sfidanti. Colpire entrambi allo stesso modo, avverte Mozilla, vuol dire smantellare l’alternativa mentre si cerca di costruirla.










