ella notte del 26 aprile 1986, nella cittadina industriale di Chernobyl, in Ucraina, alcune manovre azzardate, durante una esercitazione notturna agli impianti di sicurezza della centrale nucleare, provocano la fusione del nocciolo, l’esplosione del “reattore 4” e il collasso dell’intera struttura che lo proteggeva.  Il risultato è una tragedia dalle proporzioni atomiche. Subito si sprigiona infatti una nube carica di particelle radioattive cinquecento volte più micidiale di quella prodotta delle bombe di Hiroshima e Nagasaki.  Come se non bastasse, ben presto arrivano anche i venti che spargono le particelle nell’atmosfera, contaminando così intere regioni di Ucraina, Bielorussia e Russia. La nube raggiunge poi gran parte dell’Europa occidentale, contaminata anch’essa (seppure in misura minore).  All’inizio le autorità cercano di nascondere l’accaduto, ma dopo alcuni giorni la verità emerge in tutta la sua drammaticità. Si tratta infatti di una calamità di grado 7, la più grave mai avvenuta in una centrale nucleare.   Immediatamente viene mobilitato l’esercito, gli abitanti della città sono caricati su autobus e camion ed evacuati in massa, mentre squadre di migliaia di operai e tecnici, chiamati poi liquidators e biorobots, vengono inviate per i primi disperati interventi di contenimento della fuga radioattiva.   I “biorobot” sono di fatto i veri eroi di Chernobyl: per fare in fretta lavorano in prossimità del nucleo dell’esplosione, anche senza protezioni adeguate, pur sapendo che così avranno i giorni contati a causa dell’esposizione alle radiazioni migliaia di volte oltre la norma.  Molti di loro moriranno di tumori e leucemie nell’arco di poche settimane o mesi. Altri vedranno le terribili conseguenze del loro sacrificio manifestarsi nei loro figli. Grazie a loro, però, il reattore viene definitamente chiuso in un sarcofago di cemento armato che imprigiona i materiali radioattivi e si pone fine alla tragedia.     Per chi volesse approfondire la vicenda, si consiglia la visione (seppur in parte romanzata) dell’omonima serie tv, prodotta da Sky e Hbo e vincitrice di tre premi Emmy e di due Golden Globe.

«Il mondo era il solito e non era più lo stesso»
(Svetlana Aleksievi, “Preghiera per Chernobyl”, 1997).
«Si parla dell’acqua di Chernobyl… Ci vuole un po’
per scuotere l’incubo, farlo uscire dalla stanza»
(Guido Ceronetti, 1990).
«Non c’è stato nulla di sano, a Chernobyl. Né
prima, né dopo» (“Chernobyl”, serie tv, 2019).

Dopo quella lontana notte del 26 aprile 1986 infatti, nulla fu come prima. Le foreste e i 400 ettari di pini furono rasi al suolo, centinaia di cani vennero uccisi dai propri padroni in fuga, per evitargli una vita di sofferenze. Ma cosa accadde esattamente?

Chernobyl: l’accaduto

Ci troviamo in Ucraina, esattamente a Chernobyl. Si sta attuando una esercitazione notturna agli impianti di sicurezza della centrale nucleare, quando qualcosa va storto. Trattasi di una mossa azzardata che ben presto causerà l’esplosione del “reattore 4” e il collasso dell’intera struttura che lo proteggeva. Da qui una enorme nube di particelle radioattive inizia a diffondersi nell’atmosfera a causa dei venti, raggiungendo Ucraina, Bielorussia e Russia. Poco dopo le sostanze tossiche raggiungono gran parte dell’Europa occidentale.

Inizialmente le autorità cercano di nascondere ciò che è appena successo, ma dopo alcuni giorni la verità emerge in tutta la sua tristezza. Si parla infatti di una calamità di grado 7, la più catastrofica mai avvenuta in una centrale nucleare.

Di lì a poco gli abitanti della città vengono caricati dall’esercito, su autobus e camion ed evacuati in massa, mentre squadre di migliaia di operai e tecnici (liquidators e biorobots), vengono mandate per contenere la fuga radioattiva. Non si può non considerarli eroi, vista la loro consapevolezza di andare incontro ad una morte certa. Molti di loro moriranno infatti di tumori e leucemie nell’arco di pochissime settimane.