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Zucchero nell’infanzia: meno rischio demenza da adulti

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Meno zucchero nei primi anni di vita potrebbe tradursi, decenni più tardi, in un rischio demenza più basso. È questa la suggestione che arriva dall’analisi dei dati raccolti su chi, da bambino, ha vissuto il razionamento dello zucchero imposto durante la Seconda guerra mondiale. Un gruppo di persone che, senza averlo scelto, si è ritrovato dentro una specie di esperimento naturale, con un consumo di dolcificanti forzatamente ridotto proprio nella fase in cui il cervello si sta ancora costruendo.

Il punto interessante non è tanto la dieta in sé, quanto il momento in cui quella dieta è stata seguita. Non si parla di adulti che hanno tagliato i dessert a cinquant’anni, ma di bambini piccolissimi, spesso ancora nei primi mesi o nei primi anni di vita, cresciuti in un contesto in cui lo zucchero semplicemente non era disponibile in quantità.

Cosa raccontano i dati sul razionamento dello zucchero

Chi è stato esposto al razionamento durante l’infanzia mostra, a distanza di decenni, tassi più bassi di demenza e di Alzheimer rispetto a chi quel periodo non lo ha attraversato nella stessa fase della vita. È un dato che colpisce perché arriva da un confronto tra popolazioni reali, non da un modello teorico costruito a tavolino.

Il razionamento della Seconda guerra mondiale, del resto, offre una condizione difficile da riprodurre oggi in laboratorio. Nessun comitato etico autorizzerebbe mai uno studio che imponga a un gruppo di neonati una dieta povera di zuccheri e a un altro gruppo una dieta ricca, per poi aspettare settant’anni e contare i casi di declino cognitivo. La storia, in un certo senso, quell’esperimento lo ha già fatto per conto proprio, e ora i ricercatori possono limitarsi a leggere i risultati.

Va detto con chiarezza che parlare di associazione non equivale a parlare di causa. I dati suggeriscono un legame, indicano una direzione, ma non dimostrano da soli che sia lo zucchero in eccesso a innescare i meccanismi che portano alla malattia. Restano sul tavolo tutte le altre variabili tipiche di quegli anni, dalle abitudini alimentari complessive alle condizioni di vita.

Perché l’infanzia sembra contare più del resto

L’idea che i primi mesi e i primi anni siano una finestra particolarmente delicata non è nuova nella ricerca sulla salute del cervello. È il periodo in cui si formano le preferenze di gusto, in cui il metabolismo prende una direzione, in cui l’organismo stabilisce equilibri che poi tende a mantenere per il resto della vita. Un bambino abituato presto a sapori molto dolci difficilmente cambierà rotta da adulto, e il consumo elevato di zuccheri aggiunti tende a trascinarsi avanti negli anni.

Da qui la prospettiva che rende questi risultati potenzialmente rilevanti sul piano pratico. Se davvero l’esposizione precoce pesa più di quanto si pensasse, allora le raccomandazioni sull’alimentazione dei più piccoli assumono un valore che va ben oltre la prevenzione di carie e chili di troppo. Diventano una questione che riguarda anche il funzionamento cognitivo a lungo termine.

Sul fronte della prevenzione, insomma, l’attenzione si sposta indietro nel tempo. Non più solo lo stile di vita in età adulta o dopo i sessant’anni, ma quello che finisce nel piatto e nel biberon nei primissimi anni. I dati raccolti su chi ha vissuto da bambino il razionamento dello zucchero durante la guerra indicano un rischio ridotto di demenza e Alzheimer misurato a distanza di decenni.

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