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Mystic River, il dettaglio che rende il film di Eastwood crudele

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Bastano cinque minuti di Mystic River per capire che Clint Eastwood non aveva alcun bisogno di violenza esplicita per lasciare il pubblico senza fiato. Il film si apre con tre bambini che giocano in strada mentre i genitori restano in casa, tranquilli, distratti, e già in quella sequenza si annida una domanda scomoda sul pericolo che aspetta dietro l’angolo. Poi arriva il colpo. Un uomo che sfrutta la propria apparente autorità da adulto convince un bambino a salire in macchina, e da quel momento la sua esistenza è compromessa per sempre.

Quel bambino è Dave Boyle, interpretato da adulto da Tim Robbins, e sopravvive fisicamente a quattro giorni di prigionia e abusi. Solo fisicamente, però. Il ragazzino che giocava in mezzo alla strada non è mai risalito da quel sotterraneo. Tutta la sua vita adulta, il modo di muoversi, la voce incerta, quello sguardo che sembra sempre altrove, è la manifestazione di un fantasma che convive con un trauma impossibile da cancellare. Ed è qui che la sceneggiatura mostra la sua crudeltà più raffinata, perché costruisce intorno a Dave una trappola perfetta.

La stessa notte in cui viene uccisa la figlia del suo amico Jimmy, Dave torna a casa coperto di sangue. Il sospetto scatta subito, quasi automatico, ma la verità è di un altro genere: Dave ha ammazzato un pedofilo che stava approfittando di un ragazzo, facendo esattamente quello che nessuno aveva fatto per lui anni prima. Nessuna redenzione eroica, nessun riscatto. Solo un attacco acuto di stress post traumatico che lo costringe a rivivere la propria infanzia. Nel panico, racconta alla moglie Celeste la favola di una rapina. Non mente per paura della prigione, mente perché mettere in parole quel gesto significherebbe rientrare mentalmente in quella cantina. Preferisce passare per pazzo o per criminale, e quel silenzio finisce per scavargli la fossa.

Tre indagini parallele e un effetto farfalla devastante

Per districare l’omicidio della giovane Katie, il racconto si divide in tre piste che corrono in parallelo senza mai parlarsi davvero, e proprio questa incomunicabilità accelera il disastro. C’è la via ufficiale, quella del detective Sean interpretato da Kevin Bacon, la giustizia con i suoi protocolli, sempre un passo dietro alla strada. C’è Jimmy, che pretende sangue immediato secondo codici da malavita. E c’è Brendan, il fidanzato della ragazza, che avvia una ricerca tutta privata interrogando il fratello e il migliore amico. Ognuno tira conclusioni sbagliate, e insieme spingono tutti verso il precipizio.

Il colpo di genio tematico sta nel rivelare che il mostro cercato da Jimmy non è uno psicopatico venuto da fuori, ma la conseguenza diretta delle sue azioni passate. Anni prima Jimmy aveva ucciso il padre di Brendan. La pistola usata per quel delitto era rimasta nascosta in casa, finché il fratello di Brendan e il suo amico non l’hanno trovata giocando. Un colpo accidentale ferisce la figlia di Jimmy, i due ragazzi la inseguono nel panico e la uccidono a colpi perché non parli. Nessun piano criminale, soltanto la paura irrazionale di due bambini travolti dagli eventi. La violenza del passato torna a colpire Jimmy nel punto più doloroso.

Il tradimento in casa e l’autoinganno del finale

Il finale demolisce il mito della giustizia fai da te. Dopo aver eliminato Dave, Jimmy scopre dalla polizia la vera colpevolezza dei ragazzi. La catarsi diventa cenere, perché ha ammazzato un amico innocente per nulla. A quel punto la moglie gli regala un discorso inquietante a letto, dicendogli che lui è un re e che i re fanno il necessario per proteggere i propri, anche quando sbagliano. L’autoinganno come unica uscita di sicurezza davanti all’orrore. E la chiusura, con la parata di quartiere che festeggia con le mani sporche di sangue, sigilla tutto in uno sguardo tra Sean e Jimmy: il rapimento iniziale non ha distrutto solo Dave Boyle, ha spezzato per sempre l’innocenza di tre bambini. Come i segreti di quel quartiere, alla fine il fiume si porta via ogni cosa.

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