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Dentro Volkswagen il clima è teso come non lo era da anni, e il messaggio interno firmato dall’amministratore delegato Oliver Blume non lascia troppo spazio all’interpretazione: la base dei costi resta insostenibile, e senza tagli profondi il gruppo rischia di non tenere il passo. Il tono è quello di chi prepara il terreno a decisioni pesanti, dopo che a giugno era già stato annunciato un piano che arriva a toccare fino a 100.000 dipendenti nel tentativo di salvare diversi stabilimenti.
Il quadro che emerge è un accumulo di problemi che si sono presentati tutti insieme. Margini di profitto in calo, una concorrenza cinese che sta conquistando quote in Europa a ritmo serrato, i dazi statunitensi che pesano sui conti e, in cima a tutto, una capacità produttiva sproporzionata rispetto alla domanda reale. Il gruppo, in pratica, sta costruendo centinaia di migliaia di auto in più di quelle che il mercato europeo è disposto ad assorbire. Da qui la scelta di avviare la ristrutturazione più grande mai tentata nella storia dell’azienda.
Costi fissi oltre il 30% più alti dei rivali
I numeri citati da Blume sono la parte più concreta di tutta la vicenda. I costi fissi di Volkswagen si collocano oltre il 30% sopra quelli dei concorrenti che giocano nella stessa fascia. E i margini attuali, che restano sotto il 4%, potrebbero anche sembrare accettabili guardando agli standard del momento, ma secondo l’amministratore delegato sono lontanissimi da quello che servirebbe per continuare a investire in nuove tecnologie, nuovi modelli e negli impianti già esistenti. È in questo contesto che da settimane circola la cifra di 50.000 licenziamenti aggiuntivi, che si andrebbero a sommare alla tornata precedente. Blume tiene però a precisare che non si tratta di un obiettivo scolpito nella pietra, quanto di una stima approssimativa che serve come indicatore della scala dell’intervento necessario. Nel frattempo il gruppo lavora anche su un altro fronte, quello della semplificazione dell’offerta: la gamma di modelli verrebbe ridotta fino alla metà, mentre il numero di opzioni configurabili scenderebbe di circa il 75%. Una razionalizzazione così drastica dice molto di come sia cambiata la filosofia industriale della casa di Wolfsburg, abituata storicamente a coprire ogni possibile nicchia con varianti su varianti. Meno complessità significa meno costi nascosti lungo tutta la catena, dalla progettazione alla logistica.
Quattro stabilimenti tedeschi sotto osservazione
Restano nel mirino quattro impianti tedeschi: Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm. Blume sostiene che nessuna decisione definitiva sulle chiusure è stata presa, ma non nasconde i calcoli che l’azienda ha in mano. Così come stanno le cose, nessuno di questi siti sembra in grado di operare a livelli competitivi e redditizi guardando al decennio che si apre nel 2030.
Chiudere una fabbrica, ha sottolineato lo stesso Blume, sarebbe sempre l’opzione più costosa ed estrema. Per questo Volkswagen sta esplorando strade alternative, comprese conversazioni con aziende specializzate nella difesa interessate a sfruttare la capacità produttiva dello stabilimento di Osnabrück. Una soluzione che permetterebbe di mantenere in vita gli impianti senza scaricare tutto il peso sull’occupazione.
Sul fronte sindacale la temperatura sale. La leader sindacale Christiane Benner ha accusato la dirigenza di infliggere un altro duro colpo ai lavoratori, con parole che raccontano bene quanto sia difficile trovare un punto di incontro.
Il consiglio di sorveglianza di Volkswagen si riunirà nuovamente il 4 settembre per continuare a negoziare la forma del piano di risanamento, dopo che un tentativo precedente a luglio si era arenato senza accordo. Tra i motivi dello stallo, secondo quanto riportato, il peso dello stato della Bassa Sassonia, azionista di riferimento del gruppo e voce che conta parecchio in ogni scelta che riguardi il futuro degli stabilimenti tedeschi. Nei prossimi giorni Blume dovrebbe visitare direttamente le fabbriche coinvolte dal piano, un passaggio che serve anche a misurare l’umore di chi in quelle linee di montaggio lavora ogni giorno e attende di capire cosa succederà.









