USB-C ha rivoluzionato il mondo di smartphone, portatili e piccoli dispositivi, ma quando si parla di computer fissi la storia cambia parecchio. Chi ha provato ad aggiungere una porta USB-C a un PC un po’ datato spesso si ritrova a usarla di rado, e viene quasi naturale chiedersi se ne sia valsa la pena. Sulla carta l’idea era splendida, nella pratica meno.
La promessa era chiara e affascinante, quasi troppo bella per essere vera. Una sola porta, un solo connettore capace di fare tutto quello che serve. Gli standard migliori di oggi, USB4 e Thunderbolt 5, gestiscono video, audio, Ethernet, trasferimento dati e alimentazione fino a 240 watt. Chi ama smanettare può spingersi anche oltre. In teoria dovrebbe piacere a chiunque, ma sui desktop questi vantaggi non si sono mai concretizzati davvero.
Come USB-C ha cambiato i portatili ma non i fissi
Prima che questo connettore diventasse mainstream, i lati dei laptop erano una piccola vetrina della varietà di porte disponibili. HDMI, DVI, DisplayPort, VGA, FireWire, USB type A, almeno un ingresso jack da 3,5mm, porte RJ45 e connettori di ricarica di ogni tipo. Un caos. Poi è arrivato USB-C e ha spazzato via tutto. Oggi non è raro trovare portatili con la sola porta USB-C e magari un solitario ingresso aux per chi ama le cuffie cablate. Un connettore ne ha sostituiti almeno una dozzina.
Chi ha una periferica che richiede una di quelle porte speciali deve solo procurarsi l’adattatore giusto ed è a posto. Esiste poi un mercato ricco di dock USB-C, che offrono un assortimento di porte per usi diversi. Con un po’ di pazienza si trova sempre quello che serve. Tutto questo ha permesso ai produttori di ridurre drasticamente il numero di porte e di assottigliare i dispositivi senza rinunciare alla comodità. Sui desktop però il discorso non regge. Un PC fisso non ha problemi di spazio, nemmeno i formati più compatti. Anche il case più piccolo ha lo spazio del portatile più spesso, quindi uno dei grandi pregi di USB-C, cioè risparmiare centimetri, qui conta poco. Sul retro di una scheda madre ci stanno tranquillamente sei porte USB type A senza affollare nulla.
Porte più ingombranti come la RJ45 per l’Ethernet non rendono un desktop più spesso, tant’è che molte schede madri di fascia alta ne montano due. Stesso discorso per le uscite video, visto che quasi tutte le schede grafiche ne hanno almeno due, alcune persino quattro o cinque. E il famoso vantaggio di far passare audio, video, Ethernet, alimentazione e dati su un unico cavo qui serve a poco, perché la stragrande maggioranza delle periferiche usa ancora un connettore proprio. Tastiere, mouse e webcam arrivano con la vecchia USB type A. I monitor vogliono ancora HDMI o DisplayPort. I router si collegano con il classico cavo Ethernet. L’unico terreno dove USB-C brilla davvero è la velocità di trasferimento dati. Lo standard più veloce è Thunderbolt 5, capace di arrivare fino a 120 gigabit al secondo in una direzione, oppure 80 gigabit bidirezionali. Con un SSD esterno molto rapido quella velocità fa comodo eccome.
Il caos degli standard e la convenienza reale
A peggiorare le cose c’è la confusione degli standard. Fisicamente qualsiasi cavo USB-C entra in qualsiasi porta USB-C, ma le garanzie di compatibilità finiscono lì. Si passa dallo USB 2.0, fermo a 480 megabit al secondo e 15 watt, fino a Thunderbolt 5 con i suoi 120 gigabit e 240 watt. Come capire cosa si ottiene collegando un cavo? Spesso non si sa, si collega e si spera.










