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Una presunta truffa sul mining di Bitcoin costruita attorno a computer spacciati per macchine sofisticate e venduti anche per decine di migliaia di euro. È questo lo scenario ricostruito dalla Guardia di Finanza di Trento, che al termine di un’inchiesta ha eseguito cinque misure cautelari e ha disposto il sequestro preventivo di beni per oltre 877mila euro. Secondo gli inquirenti quei dispositivi, presentati come strumenti in grado di produrre criptovalute, sarebbero stati in realtà apparecchi del tutto ordinari, senza alcuna possibilità di garantire i guadagni promessi a chi li comprava.
Il meccanismo, almeno sulla carta, appariva semplice e allettante. Si acquistava una macchina pensata per il mining, cioè per l’attività che consente di generare nuove unità di moneta digitale, e si attendevano i profitti. Il problema è che, stando all’ipotesi investigativa, dietro quella promessa non ci sarebbe stato nulla di concreto. Niente tecnologia avanzata e niente potenza di calcolo fuori dal comune. Solo hardware comune venduto a prezzi decisamente sproporzionati.
Il progetto Hashburst e il ruolo di Pegoraro
Tra le persone coinvolte nell’indagine compare Gabriele Edmondo Pegoraro, che è finito agli arresti domiciliari. Gli investigatori ritengono che sia stato tra gli ideatori del progetto chiamato Hashburst, il nome con cui l’iniziativa veniva proposta agli investitori per convincerli a comprare computer destinati, almeno in apparenza, alla produzione di criptovalute. Le somme richieste per entrare nell’operazione non erano affatto contenute e potevano arrivare fino a 30mila euro.
In cambio di quelle cifre gli acquirenti non avrebbero ricevuto alcun supercomputer. Le macchine consegnate sarebbero state dei normali computer, e anche gli strumenti messi a disposizione dei clienti per monitorare l’andamento dell’investimento avrebbero avuto ben poco di reale. Siti e applicazioni utilizzati per controllare i presunti guadagni, secondo l’accusa, erano infatti fittizi. Una sorta di vetrina digitale che mostrava numeri e risultati senza alcun legame con un’attività effettiva di estrazione.
Per tenere buoni i clienti, quando i rendimenti promessi tardavano ad arrivare, il gruppo avrebbe adottato una strategia precisa. Venivano versate piccole somme accompagnate da una spiegazione rassicurante, ovvero che il resto sarebbe stato corrisposto non appena risolti alcuni problemi tecnici. Un modo per guadagnare tempo e mantenere viva la fiducia degli investitori, che nel frattempo continuavano ad aspettare profitti mai realmente maturati. Le vittime individuate sarebbero circa 200.
Eventi in hotel di lusso e un falso premio Turing
La promozione di Hashburst non passava soltanto dal passaparola o dalla rete. Gli indagati avrebbero organizzato anche incontri in alcuni hotel di lusso del Trentino, pubblicizzati attraverso i social network e presentati come appuntamenti dedicati a un’iniziativa innovativa nel settore delle criptovalute. Una cornice elegante e curata, pensata evidentemente per trasmettere solidità e professionalità a chi partecipava e per rendere più credibile la proposta commerciale.
C’è poi un dettaglio che, nella ricostruzione degli investigatori, dice molto sul modo in cui il progetto sarebbe stato costruito. Per accreditarsi come un vero esperto del settore, Pegoraro avrebbe addirittura finto di aver vinto il premio Turing, considerato uno dei riconoscimenti più prestigiosi in assoluto nel campo dell’informatica.
Fonte: TecnoAndroid


