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Per secoli il concetto di morte è sembrato una linea netta e immobile, eppure la scienza oggi lo sta rimettendo in discussione. “Prima pensavamo che una persona fosse morta quando smetteva di respirare. Ora possiamo riportarla in vita” spiega Natasha Vita More, figura di primo piano del transumanesimo e da tempo sostenitrice del prolungamento radicale della vita. Lo stesso valeva per il cuore fermo, che oggi si può rianimare con la corrente elettrica. Da qui nasce la domanda che il movimento transumanista si pone apertamente: quali altre condizioni che oggi chiamiamo morte potrebbero diventare reversibili con il tempo?
Transumanesimo: il confine tra vita e morte e il caso del Golfo
Filosofa e autrice del Manifesto Transumanista, Vita More si interroga da decenni sui limiti della vita umana e sulla loro presunta rigidità. I numeri, in effetti, raccontano un cambiamento enorme. L’aspettativa di vita mondiale è passata da circa 32 anni nel 1900 a un valore compreso tra 73 e 74 anni nel 2026. Una traiettoria che per alcuni rende credibile l’idea di rimandare la fine quasi all’infinito.
Nei Paesi del Golfo questa tendenza si vede chiaramente. Tra il 2016 e il 2025 in Arabia Saudita la speranza di vita è salita da 74 a 79,9 anni secondo il Ministero della Salute, mentre nell’insieme del Consiglio di Cooperazione del Golfo oscilla ora tra 79 e 83 anni. Anche le cause di decesso sono cambiate, con le malattie croniche legate all’età che hanno preso il posto di quelle infettive.
Il problema però è un altro. Il divario tra gli anni vissuti e l’aspettativa di vita in salute si sta allargando, con un intervallo di cattiva salute tra 13,5 e 17 anni secondo un rapporto pubblicato a luglio sul Saudi Journal of Public Health. In Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, dove si arriva intorno agli 83 anni, malattie e disabilità si mangiano l’equivalente di circa 17 anni di piena salute contro una media globale di circa 10. Diabete e obesità sono endemici, la sedentarietà è diffusa e la regione registra una delle prevalenze più alte al mondo di malattie cardiovascolari.
Jamie Justice, scienziato della longevità e direttore esecutivo di XPrize Healthspan, lo dice senza giri di parole. La medicina è bravissima a tenere in vita le persone nonostante le malattie croniche ma molto meno a prevenirle o a ritardarle. L’obiettivo clinico sensato, secondo lui, è ridurre la morbilità e accorciare il più possibile, idealmente fino a zero, il tempo che separa l’inizio dei problemi dalla fine della vita. Carlo Nakhle, direttore commerciale di Havas Life Middle East, osserva che le persone oggi monitorano sonno, glicemia, recupero, età biologica e alimentazione, chiedendosi già da giovani come cambiare il modo in cui si sentiranno a 60, 70 o 80 anni. L’invecchiamento resta inevitabile, precisa, ma non lo è più l’idea che debba portare lo stesso declino vissuto dalle generazioni precedenti.
Invecchiamento, farmaci e biomarcatori ancora incerti
Il termine longevità resta comunque vago e ombrello per tutto, dagli interventi supportati da prove fino a integratori mai dimostrati e cure miracolose, spinto da un mercato globale stimato in circa 30.000 miliardi di euro. Negli Emirati intelligenza artificiale, genomica e medicina di precisione entrano nella strategia sanitaria nazionale. Abu Dhabi punta su un ecosistema che dà priorità alla vita sana più lunga, Dubai ha lanciato a giugno la sua Autorità per la Longevità e l’Arabia Saudita si sta spostando dalla cura verso la prevenzione con il suo Programma di Trasformazione del Settore Sanitario.
Cambia anche lo sguardo sull’invecchiamento, che non è più uno sfondo inevitabile ma un insieme di processi modificabili a monte di molte malattie. Un singolo intervento su meccanismi come la senescenza cellulare, la funzione mitocondriale o la riparazione del DNA potrebbe ritardare più patologie insieme. Per ora le prove più solide riguardano dieta equilibrata ed esercizio, soprattutto allenamento di resistenza e cardiovascolare. Metformina e rapamicina sembrano promettenti ma nessuna ha ancora dimostrato in studi su larga scala di allungare la vita sana. Gli agonisti GLP 1 come Ozempic e Wegovy si stanno avvicinando al terreno delle prove solide grazie a milioni di pazienti, anche se gli esperti non concordano sul loro ruolo antietà. Senolitici, precursori del NAD+, inibitori SGLT2 e terapie mitocondriali hanno basi meccaniche solide ma evidenze non ancora consolidate.
Manca soprattutto un biomarcatore unico riconosciuto dalle autorità regolatorie per capire se un trattamento rallenta davvero l’invecchiamento senza aspettare decenni. Non esiste nemmeno un’indicazione ufficiale legata all’età per approvare farmaci, e Justice stima che serva probabilmente un decennio per vederne uno approvato su questa base. Molti nel settore puntano a far arrivare le persone a 100 anni in buona salute, ma Nakhle ricorda che c’è una differenza enorme tra individuare prima le malattie o rallentare alcuni meccanismi e sostenere che la tecnologia sconfiggerà del tutto l’invecchiamento.
Fonte: TecnoAndroid


