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Tim Curry è morto a 80 anni: addio all’icona di It

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Tim Curry si è spento a 80 anni, e la sensazione è quella di aver perso uno dei re assoluti del cinema di genere. Un attore capace di attraversare horror, musical, fantasy e cartoni animati senza mai sembrare fuori posto, lasciando dietro di sé una galleria di personaggi che chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta si porta ancora addosso. Non esisteva ruolo che non potesse prendere, rimescolare e trasformare in qualcosa di iconico. Vale anche per il doppiaggio, perché quella voce nasale abbinata ai denti sporgenti di Nigel Thornberry, nella serie Nickelodeon dei primi anni Duemila, ha regalato uno dei papà animati più memorabili della televisione.

Da Frankenfurter a Pennywise, la costruzione di un mito

Molti lo conoscono soltanto come il dottor Frank N. Furter di The Rocky Horror Picture Show, e va benissimo così. Quello fu il suo primo credito cinematografico, anche se il personaggio lo aveva già portato in scena diverse volte nella versione teatrale originale. Il mondo incontrò Curry su tacchi bianchi altissimi, reggicalze, calze a rete, il volto truccato, la voce sensuale accompagnata da un sassofono piuttosto malizioso. C’era chi svenne come la Janet di Susan Sarandon e chi ridacchiava come Columbia e Magenta, ma il risultato fu lo stesso: da lì non se ne andò più.

Prima di virare su ruoli più familiari, come appunto i Thornberry o il Long John Silver de L’isola del tesoro dei Muppet, si era già consacrato come vera icona horror. Prima nei panni di Darkness, sovrano degli Inferi in Legend, il fantasy horror firmato da Ridley Scott nel 1985. Poi con il ruolo che gli è rimasto cucito addosso, quello di Pennywise il clown ballerino nel primo adattamento live action di It di Stephen King, datato 1990. Tanti ragazzi cresciuti in quel decennio raccontano ancora di notti insonni per colpa di quella interpretazione del clown malefico, che nel romanzo è in realtà un’entità maligna proveniente da un altro pianeta. E non erano solo i denti affilati: quella risata sembrava arrivare direttamente dall’inferno.

Nessuna gabbia, nessun tipo di typecasting

C’è una performance che riesce a essere perfino più inquietante del suo Pennywise, e arriva da un musical. È il Rooster Hannigan di Annie, adattamento del 1982, nella scena verso il finale in cui la piccola orfana riesce a scappare dall’auto e viene inseguita con intenzioni omicide. La ex signorina Hannigan, interpretata da Carol Burnett, implora il fratello ricordandogli che è solo una bambina. Lui procede comunque. Passare da quel volto al Gomez Addams di Addams Family Reunion, macabro e irresistibilmente elegante, era un salto capace di mandare in cortocircuito qualsiasi spettatore giovanissimo. Con Curry il concetto di typecasting semplicemente non esisteva. Poteva fare tutto, e lo ha fatto.

Poi c’è il numero che più di ogni altro resta appiccicato alla memoria collettiva, Don’t Dream It, Be It, cantato mentre galleggia dolcemente in una piscina con un sorriso sognante stampato in faccia. Tanti ragazzi strani sono diventati adulti queer, spettrali e senza paura di mostrarsi per quello che sono, e buona parte del merito va a lui. In una delle sue ultime interviste, icona queer notoriamente riservatissima, aveva spiegato che quel motto non riguarda necessariamente la sessualità, ma qualunque cosa si sogni di essere, e che questa è una cosa buona.

In ottant’anni di vita Curry è stato, letteralmente, tutto. Nessun personaggio che non potesse elevare o dentro cui non potesse sparire del tutto. La miniserie di It del 1990 è disponibile in streaming su HBO Max. Più complicato trovare Addams Family Reunion, Legend e persino The Rocky Horror Picture Show, acquistabile su Amazon Prime. Annie si trova su Tubi, L’isola del tesoro dei Muppet su Disney Plus e I Thornberry su Paramount Plus.

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