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numeri che arrivano dai primi giorni di The Blood of Dawnwalker raccontano una cosa piuttosto rara nel mercato videoludico, ovvero che il pubblico segue le persone e non soltanto le insegne. Secondo l’analisi di Rhys Elliott di Alinea Analytics, il 58% di chi ha giocato il titolo su Steam aveva già giocato a The Witcher 3. Una sovrapposizione enorme, considerando che si parla di un gioco appena uscito e di uno studio che, fino a poco tempo fa, non aveva pubblicato nulla.
Il dato ha una spiegazione abbastanza intuitiva. La direzione del progetto è affidata a Konrad Tomaszkiewicz, nome legato a doppio filo proprio a The Witcher 3, e lo studio che firma il gioco, Rebel Wolves, è nato da un gruppo di veterani usciti da CD Projekt Red. Quello che colpisce non è tanto il legame, quanto la velocità con cui quel legame si è tradotto in giocatori reali. Tra i giochi cosiddetti premium, quello con la maggiore sovrapposizione di utenza rispetto a The Blood of Dawnwalker è appunto The Witcher 3, e la percentuale registrata suggerisce che la fedeltà dei fan si sposti insieme agli sviluppatori, anche quando questi lasciano l’azienda che li ha resi famosi.
Accoglienza positiva, con qualche voce più tiepida
L’uscita è arrivata accompagnata da aspettative altissime e, nel complesso, il risultato le ha rispettate. Su Steam le recensioni degli utenti si attestano su un giudizio “prevalentemente positivo”, mentre la stampa specializzata ha reagito in larga parte con entusiasmo. Non è mancato qualche voto più cauto, incluso un 3 su 5 che si è discostato dal coro generale, ma il quadro complessivo resta favorevole per un RPG open world dark fantasy che gioca in un campo dove il confronto con i grandi classici è inevitabile. L’influenza di The Witcher 3 si vede praticamente in ogni angolo del gioco. Ambientazione cupa, narrazione che si dirama in più direzioni, combattimento all’arma bianca veloce e fluido, sistemi di ruolo profondi e stratificati. Chi ha passato centinaia di ore nel mondo di Geralt riconosce subito la grammatica, anche se il contesto è diverso. La differenza più marcata, e forse anche la scommessa più coraggiosa dello studio, riguarda la gestione del tempo come risorsa. Il tempo non è un semplice orologio decorativo, ma un elemento che pesa sulle scelte del giocatore e che accompagna anche la missione principale. Sulla carta un’idea del genere può sembrare un vincolo scomodo, nella pratica finisce per dare al mondo un senso di urgenza e reattività che raramente si trova in giochi di questo genere.
Un primo capitolo pensato come parte di una saga
The Blood of Dawnwalker non ha raccolto il consenso unanime che accompagnò The Witcher 3, e sarebbe stato quasi impossibile il contrario. C’è però un margine di crescita legato al tempo, perché più i giocatori scavano nel mondo costruito da Rebel Wolves più la percezione del gioco può cambiare. Lo studio, del resto, non ha mai nascosto le proprie ambizioni e ha già parlato di una vera e propria saga, con seguiti pianificati che dovrebbero espandere quanto visto in questo primo capitolo. Per chi si sta avvicinando adesso al gioco, la fase iniziale merita attenzione più di quanto sembri. Il Prologo contiene una serie di missioni secondarie che conviene affrontare prima di procedere verso Messa, perché aiutano a familiarizzare con le meccaniche e con la gestione delle ore disponibili. Un dettaglio che, in un titolo dove ogni scelta consuma tempo, pesa più del solito. E i dati sulla sovrapposizione con The Witcher 3 dicono chiaramente che il pubblico disposto a mettersi alla prova è già arrivato in massa.








