Tesco ha deciso di spostare 40.000 carichi di lavoro server lontano da VMware, e lo sta facendo accusando Broadcom di una condotta che, nei documenti depositati in tribunale, viene definita senza mezzi termini “abusiva”. Il colosso della distribuzione britannico, uno dei nomi più pesanti del retail nel Regno Unito, si trova nel pieno di una migrazione tecnologica costosa e rischiosa, frutto di un contenzioso che va avanti ormai da mesi.
La vicenda nasce da una causa che Tesco ha portato davanti all’Alta Corte britannica lo scorso anno, con l’accusa di violazione contrattuale. Tutto ruota attorno a un accordo firmato nel gennaio 2021, quando Tesco aveva acquistato licenze perpetue per vSphere Foundation e Cloud Foundation, un abbonamento a VMware Tanzu e una serie di servizi di supporto validi fino al 2026, con la possibilità di estenderli per altri quattro anni. Un pacchetto pensato per durare, insomma.
Quando Broadcom è entrata in scena
Le cose sono cambiate a novembre 2023, con l’acquisizione di VMware da parte di Broadcom. Secondo quanto sostiene Tesco, il nuovo proprietario non avrebbe voluto rispettare i termini dell’accordo originale. Anzi, avrebbe cercato di far pagare al gruppo prezzi “eccessivi e gonfiati” per software di virtualizzazione che Tesco aveva già pagato. Non solo. La società non avrebbe potuto acquistare i servizi di supporto per il software già licenziato senza sottoscrivere “licenze in abbonamento duplicate” per quegli stessi prodotti.
Tesco, che ha chiuso l’anno fiscale 2026 con un fatturato di 73,7 miliardi di sterline (circa 84 miliardi di euro), ha così iniziato a migrare via dai prodotti VMware e dai sistemi mainframe targati Broadcom. A gennaio Broadcom ha smesso di supportare i prodotti VMware utilizzati dal gruppo, che da allora paga un supporto fornito da terze parti. Nei primi documenti, Tesco aveva già messo nero su bianco che Broadcom si rifiutava di aggiornare il software o di fornire tutti gli aggiornamenti di sicurezza ai clienti privi di abbonamento.
In uno dei depositi più recenti, il tono è netto. Davanti alla condotta “abusiva” di Broadcom, e vista l’importanza della virtualizzazione e del software mainframe per la sua attività, Tesco si è vista costretta a sostenere costi importanti per procurarsi soluzioni alternative con funzionalità ridotte, e a migrare con tempi e modalità che mettono a rischio l’azienda stessa. Se tutto filerà liscio “a un ritmo eccezionale”, Tesco riuscirà ad abbandonare del tutto VMware entro la fine del 2027 nel migliore dei casi. Ma anche questa tempistica, ammette la stessa azienda, comporta rischi operativi e commerciali, oltre a costi e disagi continui. C’è poi un problema in più legato alla sicurezza dei dati. Il nuovo software di virtualizzazione scelto da Tesco, di cui non è stato reso noto il nome, non è compatibile con i prodotti Veeam e Zerto già in uso.
Aumenti di prezzo “palesemente ingiusti”
Sul fronte economico, Tesco aveva inizialmente chiesto almeno 100 milioni di sterline (circa 114 milioni di euro) di danni a ciascuno dei soggetti coinvolti, ovvero Broadcom, VMware e il rivenditore Computacenter, interessi compresi. Nei documenti più recenti, il gruppo ha raccontato di aver rifiutato almeno quattro offerte da parte di Broadcom per continuare a usare VMware e la tecnologia mainframe. Una di queste prevedeva 23,5 milioni di dollari (circa 20 milioni di euro) per Cloud Foundation 9.0, software mainframe e supporto per un anno. Secondo Tesco, una cifra “intorno al 175 per cento” più alta rispetto a quanto avrebbe dovuto pagare per VMware, con un rincaro del 350 per cento sulla parte mainframe. Prezzi “palesemente ingiusti ed eccessivi”, si legge nei documenti.
Broadcom, dal canto suo, in una difesa modificata ha respinto l’idea che l’aumento fosse ingiusto. Ha anche sostenuto di non dover risarcire danni legati alle difficoltà di Tesco nel trovare alternative prima della scadenza del supporto, dato che il gruppo retail le sue alternative le ha poi trovate. Il caso dovrebbe approdare in aula tra il 1 novembre 2027 e il 25 febbraio 2028, per poi eventualmente passare a un vero e proprio processo. Una disputa che resterà confinata nei tribunali britannici, ma che assomiglia parecchio alle frustrazioni espresse da clienti e partner VMware in giro per il mondo dopo l’acquisizione da parte di Broadcom. Molti utenti, spesso fortemente dipendenti dai prodotti VMware, hanno rimandato o evitato la migrazione, oppure stanno spostando solo una parte dei carichi di lavoro, frenati da costi, tempi, supporto e problemi di compatibilità.
Nel frattempo i concorrenti nel campo della virtualizzazione, come Hewlett Packard Enterprise e Nutanix, hanno spinto con decisione per attirare gli utenti VMware scontenti. Broadcom invece è rimasta fedele alla sua strategia, riportando ottimi risultati finanziari soprattutto tra i grandi clienti aziendali, suo bersaglio principale. Non sono mancate altre dispute legali pubbliche, come quella con AT&T, chiusa con un accordo dai termini non resi noti, e quella con Siemens, accusata da Broadcom di pirateria software in un procedimento ancora aperto davanti alla Corte distrettuale del Delaware.