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Dentro Bethesda, dopo Fallout 4, la stragrande maggioranza dello studio dava per scontato che il progetto successivo fosse The Elder Scrolls 6. Non andò così, e la decisione arrivò dall’alto: Todd Howard scelse Starfield, spiazzando buona parte del team. Lo ha raccontato di nuovo Kurt Kuhlmann, per anni “lore master” della compagnia e oggi lontano da Rockville, in una intervista a FRVR.
Non è la prima volta che Kuhlmann torna sull’argomento, segno che la faccenda gli è rimasta di traverso. C’è anche il sospetto, mai negato del tutto, che quella scelta abbia contribuito alla rottura dei rapporti tra il lore master e la sua vecchia casa. Perché il ritmo interno di Bethesda era una specie di orologio: un Fallout, poi un Elder Scrolls, poi di nuovo Fallout. Una rotazione comoda, prevedibile, che tutti conoscevano a memoria.
Fallout 76 e lo strappo nella routine
Il primo scossone non arrivò da Starfield ma da Fallout 76. Sulla carta doveva essere un progetto laterale, contenuto, capace di occupare una parte dello studio senza intaccare il resto. Nella pratica il MMORPG crebbe molto oltre le previsioni e finì per assorbire un numero di sviluppatori ben superiore a quanto pianificato. Già lì, i programmi interni cominciarono a scricchiolare.
Poi arrivò il secondo strappo, quello vero. Nel momento in cui praticamente tutti dentro lo studio si aspettavano il ritorno su The Elder Scrolls 6, Howard mise sul tavolo un’altra cosa. Le parole riportate da Kuhlmann sono abbastanza secche: “no, faremo Starfield, ho ricevuto l’approvazione per il progetto, sarà una nuova proprietà intellettuale e sarà un gioco molto ambizioso, il più grande RPG spaziale mai fatto”. Fine della discussione.
Il peso specifico di Todd Howard dopo Fallout 4
Va detto che Howard, in quel periodo, si muoveva da una posizione di forza difficile da contestare. Fallout 4 aveva funzionato, e bene, e il suo credito interno era altissimo. Imporre lo sviluppo di Starfield dentro ZeniMax non richiese battaglie particolari: carta bianca, di fatto, per costruire una nuova proprietà intellettuale da zero. Il resto è cronaca. Lo sviluppo si è dilatato ben oltre le stime iniziali e i risultati commerciali non hanno raggiunto i picchi storici della compagnia. L’intenzione, però, era chiara e per certi versi rispettabile: provare qualcosa che non fosse già visto, uscire dalla zona di comfort. Anche a costo di lasciare molti sviluppatori con la sensazione di aver rinunciato a un progetto più “rassicurante”, quello su cui avrebbero messo le mani volentieri.
E di The Elder Scrolls 6 si sa ancora pochissimo
Il paradosso è che, a distanza di anni, The Elder Scrolls 6 resta un oggetto misterioso. Annunciato nel 2018 con un teaser trailer che mostrava poco più di un panorama, non ha mai avuto una finestra di lancio credibile, né materiale giocabile mostrato pubblicamente. Un annuncio talmente anticipato da essere diventato quasi una barzelletta interna al settore.
Qualche movimento c’è stato di recente. Asha Sharma ha dichiarato di aver visto The Elder Scrolls VI, lasciando anche un indizio sul titolo del gioco, indizio che nei giorni scorsi sarebbe stato decifrato. Si parla poi, periodicamente, della possibilità che il gioco resti un’esclusiva Xbox, tema su cui la CEO ha commentato che “ogni piattaforma ha bisogno di qualche esclusiva”.
Nel frattempo la scelta di allora continua a essere discussa. Perché quella decisione non ha soltanto spostato un progetto in avanti, ha riscritto l’intero calendario di Bethesda per quasi un decennio, tenendo il capitolo più atteso della serie fantasy in una specie di limbo produttivo che dura ancora oggi.








