I chatbot AI non sono amici fidati a cui confidare i propri segreti, e a ricordarlo con parole nette è arrivata la presidente di Signal, Meredith Whittaker. Il suo messaggio è diretto e parte da una preoccupazione concreta, quella legata alla privacy degli utenti che si affidano sempre più spesso a questi strumenti senza farsi troppe domande.
L’allarme della presidente di Signal
Durante un’intervista con Bloomberg, Meredith Whittaker ha messo sul tavolo una posizione che non lascia spazio a fraintendimenti. La numero uno dell’app di messaggistica cifrata ha criticato apertamente l’uso sconsiderato e acritico dell’intelligenza artificiale, soffermandosi in particolare sui chatbot e su come questi gestiscono le informazioni personali di chi li interroga ogni giorno.
Il punto sollevato dalla dirigente tocca un nervo scoperto. Sempre più persone tendono a trattare questi assistenti virtuali come se fossero confidenti, raccontando dettagli intimi della propria vita, pensieri, problemi personali. Whittaker invita invece a fare un passo indietro e a ragionare su cosa accade davvero ai dati che vengono affidati a queste piattaforme.
Perché i chatbot non vanno trattati come confidenti
La questione, secondo la presidente di Signal, riguarda proprio il modo in cui le informazioni vengono raccolte e gestite. Confidare segreti a un chatbot significa consegnare dati sensibili a sistemi la cui logica di trattamento non sempre è trasparente per chi sta dall’altra parte dello schermo. È qui che si annida il rischio maggiore per la privacy.
Whittaker rappresenta una voce particolarmente autorevole su questi temi. Signal è da sempre identificata come una delle realtà più attente alla protezione dei dati e alla riservatezza delle comunicazioni, e il suo posizionamento sul mercato si fonda proprio su questa promessa. Per questo l’avvertimento sui chatbot AI arriva da chi fa della tutela della riservatezza la propria bandiera.