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Sergey Brin, oltre 100 milioni contro la tassa sui miliardari

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Sergey Brin ha messo sul tavolo una cifra che difficilmente passa inosservata: oltre 100 milioni di dollari, circa 90 milioni di euro, per contrastare la tassa sui miliardari che la California si prepara a sottoporre al voto popolare. Non è un caso isolato, perché nella Silicon Valley diversi grandi patrimoni si stanno muovendo nella stessa direzione, aprendo il portafoglio per fermare una super patrimoniale che, se approvata, cambierebbe le regole del gioco per chi ha costruito ricchezze enormi nello Stato più popoloso degli Stati Uniti.

La partita si giocherà alle urne il prossimo novembre, quando gli elettori californiani saranno chiamati a esprimersi direttamente sulla misura. È il meccanismo tipico della politica californiana, dove le proposte più divisive finiscono spesso davanti ai cittadini anziché restare confinate nelle aule legislative. E proprio questo passaggio spiega perché le cifre in campo siano così alte: convincere milioni di persone costa, tra spot, comitati, sondaggi e campagne di comunicazione capillari.

Perché la Silicon Valley si muove compatta

Il fronte dei contrari non è composto da un solo nome. I miliardari della Silicon Valley stanno spendendo milioni di dollari con un obiettivo condiviso, quello di bloccare la nuova imposta sui grandi patrimoni prima che diventi legge. L’intervento di Sergey Brin, cofondatore di Google, è però il più visibile per dimensione dell’assegno, e trasforma una discussione tecnica su aliquote e soglie in uno scontro politico dai contorni molto più larghi.

La logica di fondo è intuibile. Una patrimoniale non colpisce il reddito annuale ma la ricchezza accumulata, quindi azioni, partecipazioni societarie, immobili, tutto quello che nel tempo ha prodotto valore. Per chi ha fondato aziende quotate e possiede pacchetti azionari di enorme valore, l’impatto potenziale è di un ordine di grandezza diverso rispetto a un normale aggiustamento fiscale. Da qui la scelta di investire risorse consistenti nella campagna, considerandola una spesa difensiva più che un gesto politico astratto.

Una battaglia che va oltre la California

Il caso californiano interessa bene oltre i confini dello Stato, perché la super patrimoniale in discussione rappresenta un banco di prova. Se il voto di novembre dovesse premiare la proposta, altri Stati potrebbero guardare a quel risultato come a un precedente utile. Se invece la misura venisse respinta, il messaggio sarebbe altrettanto chiaro, e cioè che una tassazione diretta sui patrimoni più grandi resta politicamente difficile da far passare anche in un territorio tradizionalmente progressista come la California.

Nel frattempo la campagna è già entrata nella fase calda, con risorse economiche che si accumulano su un solo lato della bilancia. Cento milioni di dollari, ovvero circa 90 milioni di euro, non sono una somma qualsiasi nemmeno per gli standard delle consultazioni popolari americane, e danno la misura di quanto la posta in gioco venga percepita come alta da chi rischia di pagare il conto più salato.

Resta il fatto che la decisione finale non spetta ai comitati né ai grandi donatori, ma agli elettori californiani. Saranno loro a stabilire, con una scheda, se la ricchezza accumulata nella Silicon Valley debba contribuire alle casse pubbliche in modo diverso da come è avvenuto finora. E la mossa di Sergey Brin, con quell’investimento superiore ai 100 milioni di dollari, ha già trasformato la consultazione di novembre in uno degli appuntamenti fiscali più osservati degli ultimi anni.

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