La ricerca di vita passata su Marte sta per entrare in una fase decisiva, e a farsene carico sarà un rover europeo pensato proprio per scavare nel passato del pianeta rosso. L’idea alla base è tanto semplice quanto affascinante: capire se, in qualche momento della sua storia, Marte abbia mai ospitato forme di vita. Per riuscirci, l’ESA ha scelto una strada particolare, che passa da due molecole quasi identiche ma con una differenza sottile e fondamentale.
Il protagonista di questa missione è il rover Rosalind Franklin, dedicato alla scienziata che diede un contributo determinante alla scoperta della struttura del DNA. Un nome che non è stato scelto a caso, visto che il lavoro del rover ruoterà proprio attorno alla chimica della vita. E qui entra in gioco un concetto che può sembrare astratto, ma che in realtà è la chiave di tutto.
Due molecole gemelle e speculari per stanare la vita marziana
Il cuore della strategia europea sta in due molecole che si assomigliano come due gocce d’acqua, eppure non sono identiche. Sono speculari, un po’ come lo sono la mano destra e la mano sinistra. Guardandole sembrano uguali, ma non si sovrappongono mai perfettamente. Questa caratteristica, in chimica, ha un peso enorme, perché la vita tende a preferire una delle due forme rispetto all’altra.
Ed è proprio qui che si concentra l’attenzione degli scienziati. Se lo strumento a bordo del rover riuscisse a individuare una netta prevalenza di una delle due molecole speculari, avremmo un indizio molto forte a favore di un’origine biologica. La materia inerte, quella non legata a processi vitali, tende infatti a produrre le due forme in quantità più o meno equivalenti. Uno sbilanciamento, invece, racconterebbe una storia diversa.
Un test appena pubblicato dal Max Planck Institute for Solar System Research ha messo alla prova esattamente questa capacità. E il risultato è stato incoraggiante: lo strumento del rover Rosalind Franklin è riuscito a distinguere le due molecole, dimostrando di avere la sensibilità necessaria per un compito così delicato. Non un dettaglio da poco, considerando che l’intera missione si gioca sulla precisione di queste analisi chimiche.
Un inquinamento terrestre smascherato durante i test
C’è però un risvolto curioso emerso proprio durante queste verifiche. Nel corso del test, lo strumento ha finito per rivelare la presenza di una contaminazione, e non di provenienza marziana. Si trattava di un inquinamento tutto terrestre, arrivato in qualche modo a mescolarsi con i campioni analizzati durante le prove di laboratorio.
Un episodio che, letto al contrario, diventa quasi una buona notizia. Se la strumentazione è capace di accorgersi di una contaminazione arrivata dalla Terra, significa che possiede la finezza necessaria per non farsi ingannare una volta arrivata su Marte. Distinguere ciò che appartiene al pianeta rosso da eventuali tracce portate involontariamente dall’esterno sarà infatti uno degli aspetti più critici dell’intera avventura.
La tecnologia di analisi chimica montata sul rover si conferma quindi all’altezza delle aspettative, almeno stando a quanto emerso da queste prime prove. La capacità di leggere le differenze tra molecole speculari e di riconoscere contaminazioni indesiderate rappresenta la base su cui poggia tutta la caccia alla vita passata marziana. E il fatto che il rover Rosalind Franklin abbia superato questo esame preliminare lascia ben sperare per quello che sarà il vero banco di prova, quando gli strumenti dovranno lavorare a milioni di chilometri da casa.