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Robot autonomo sulle navi cargo: la svolta dalla Corea del Sud

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Un robot autonomo capace di muoversi da solo sui ponti delle navi cargo è la risposta che il settore marittimo aspettava da tempo per un problema rimasto a lungo in secondo piano, cioè la sicurezza di chi effettua le ispezioni a bordo. Perché il punto, spesso, non è la mancanza di controlli, ma il modo in cui vengono fatti. Ancora oggi buona parte delle verifiche viene svolta da personale che deve spostarsi a piedi tra strutture metalliche, stive, corridoi stretti e superfici che vibrano di continuo, con carichi che in certi casi non sono esattamente innocui.

Chi conosce il mondo dello shipping lo sa bene, più una nave cresce di dimensioni, più diventa complicato passare in rassegna ogni angolo in tempi ragionevoli. Su scafi di quelle proporzioni una ricognizione completa richiede ore, e le condizioni in cui si lavora non aiutano di certo. Da qui l’idea di affidare almeno una parte del compito a una macchina.

La svolta arriva dalla Corea del Sud

Il primo passo concreto è stato compiuto dalla Corea del Sud, che ha messo a punto un modello capace di percorrere in autonomia i ponti di una nave cargo. Non un semplice mezzo telecomandato, quindi, ma un sistema che riconosce il percorso da seguire, individua gli ostacoli lungo la strada e li aggira, raccogliendo nel frattempo informazioni utili durante le attività di monitoraggio.

Il concetto di fondo è semplice quanto efficace. Se una macchina può muoversi da sola in un ambiente ostile, allora l’operatore umano non è più obbligato a esporsi. Le ispezioni di sicurezza restano, cambia però chi le esegue materialmente sul campo, e cambia soprattutto il livello di rischio a cui viene sottoposto l’equipaggio. Un dettaglio non da poco, considerando che gli incidenti a bordo raramente dipendono dalla distrazione e molto più spesso dalle condizioni oggettive in cui si opera.

Quando la robotica incontra il trasporto marittimo

Che la robotica arrivasse anche sulle navi era, francamente, questione di tempo. Le tecnologie per farlo esistono già e vengono applicate da anni in altri contesti industriali, dai magazzini automatizzati agli impianti dove la presenza umana è complicata o pericolosa. Il trasporto marittimo però ha caratteristiche tutte sue, superfici irregolari, movimento costante dello scafo, spazi che cambiano configurazione a seconda del carico. Non è un ambiente controllato come un capannone, ed è proprio questo che rende interessante il risultato raggiunto.

Il robot lavora sulla navigazione autonoma, la parte più delicata di tutta la faccenda. Riconoscere il tracciato, capire dove passare, evitare ciò che si trova sul percorso, tutto senza qualcuno che stia dietro a un joystick. E mentre si muove, raccoglie dati. Il monitoraggio diventa così un’attività continua e non più legata a finestre di tempo ristrette in cui qualcuno deve fisicamente salire, scendere e attraversare l’intera nave.

Resta il fatto che una nave cargo di grandi dimensioni è un mondo a sé, con decine di zone da tenere sotto osservazione e una quantità di variabili difficile da comprimere in una checklist. Delegare a un mezzo automatico la parte più ripetitiva e più scomoda del lavoro significa liberare risorse, e permettere agli equipaggi di concentrarsi su ciò che richiede davvero valutazione umana.

La sicurezza a bordo è da sempre uno dei nodi più discussi nel settore, e finora le soluzioni passavano quasi esclusivamente da procedure, formazione e protocolli. L’ingresso di un mezzo autonomo capace di operare direttamente sui ponti sposta il discorso su un piano diverso, quello tecnologico, e apre a un modo differente di intendere il controllo delle grandi navi commerciali.

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