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Lo spegnimento delle reti 2G e 3G sta ridisegnando la mappa delle telecomunicazioni mondiali, e l’Europa si è ritrovata, quasi a sorpresa, nel ruolo di capofila. Un’analisi della Global Mobile Suppliers Association conta oltre trecento iniziative di dismissione sparse in quasi novanta Paesi, e quasi la metà di queste operazioni si concentra nel Vecchio Continente. Le vecchie generazioni radio, quelle che per anni hanno retto le chiamate e i primi servizi dati, stanno cedendo il passo a 4G e 5G con una regolarità che ormai somiglia a un piano industriale condiviso.
Il paradosso è evidente. L’Europa viene spesso descritta come lenta nell’adozione delle nuove generazioni mobili, eppure risulta la regione più rapida nel liberarsi delle tecnologie superate. Il che non significa che il percorso sia liscio. Il vero freno arriva dall’Internet of Things, ovvero da quella massa enorme di sensori, sistemi di telemetria, apparati industriali e oggetti connessi che ancora oggi parlano attraverso le reti legacy. Roba che non si sostituisce ogni due anni come uno smartphone, e che costringe operatori e regolatori a muoversi con i piedi di piombo.
Perché gli operatori vogliono chiudere le vecchie reti
Joe Barrett, presidente della Gsa, ha ricordato che seconda e terza generazione hanno rappresentato una svolta storica al loro debutto, ma che il loro utilizzo cala costantemente man mano che si affermano soluzioni più performanti. Da qui il moltiplicarsi di scadenze precise fissate da compagnie telefoniche, governi ed enti regolatori, con un’accelerazione attesa a partire dal 2026.
I vantaggi sono concreti. Chiudere una rete datata libera porzioni preziose di spettro radio da riassegnare a Lte e quinta generazione, aumentando la capacità complessiva proprio mentre il traffico dati continua a salire. Poi c’è il capitolo costi: tenere in vita infrastrutture attraversate da un traffico ormai marginale è una spesa sproporzionata, in termini economici ed energetici. Senza dimenticare che le reti moderne offrono standard di sicurezza informatica nettamente più alti.
I numeri raccontano una transizione a due velocità. Circa 139 operatori in 70 mercati hanno completato o programmato lo spegnimento del 2G, e 56 hanno già chiuso. Sul 3G si è più avanti: 174 operatori in 67 mercati hanno avviato la dismissione, con 102 casi conclusi. Ventisette compagnie hanno abbandonato entrambe le tecnologie insieme. Il 58% circa sta migrando direttamente sia verso il 4G sia verso il 5G, saltando passaggi intermedi. Il 2G resiste di più, e la ragione è sempre la stessa: la sua diffusione capillare nelle comunicazioni tra macchine.
Regno Unito avanti, Francia in affanno, Italia a metà strada
Nel Regno Unito tutti gli operatori mobili nazionali hanno già spento la rete di terza generazione. In Francia la storia è diversa: Orange ha dovuto rimandare i propri piani dopo le preoccupazioni sollevate da vari settori industriali, ascensori inclusi, che dipendono ancora dalle vecchie reti. Le nuove date parlano di 2G spento nel 2028 e 3G nel 2030. Lo smantellamento del 2G francese è comunque partito ad aprile e alla fine del 2025 risultavano attive oltre 2,4 milioni di sim collegate a dispositivi di seconda generazione, pari a circa l’1,8% del totale, quota che sfiora il 4% guardando solo agli apparati machine to machine.
In Italia il 3G è ormai quasi del tutto smantellato, con un processo concluso tra il 2021 e il 2025. Il 2G invece resta acceso, soprattutto per coprire zone montane e rurali dove le reti nuove non sono ancora arrivate e per garantire affidabilità a chiamate vocali e servizi di emergenza. Il traffico che passa ancora da 2G e 3G si attesta intorno al 5,2% del tempo totale di connessione, in linea con la media europea. Nel 2026 il ritmo globale delle dismissioni ha rallentato leggermente, con 37 reti in fase di spegnimento e altre 25 operazioni programmate per la seconda metà dell’anno. Una frenata più congiunturale che strutturale, spinta in avanti dal 5G standalone, l’architettura che taglia del tutto il cordone con le infrastrutture precedenti.
Asia-Pacifico e Cina corrono su un altro binario
Nell’area Asia-Pacifico la penetrazione delle vecchie tecnologie era già bassa nel 2025, attorno al 6% per il 2G e al 2% per il 3G, con proiezioni che scendono al 3% e allo 0,3% entro il 2030. La diffusione di 4G e 5G viaggiava invece intorno al 56% e al 63%. In India Bharti Airtel e Vodafone Idea, chiuse le reti 3G, stanno spostando spettro e capitali sul potenziamento delle generazioni successive. In Australia i tre principali operatori hanno completato lo spegnimento del 3G a metà 2024, stessa strada seguita a Singapore, mentre in Giappone il gestore principale conta di chiudere i servizi di terza generazione entro fine anno.
La Cina gioca un campionato a parte. Un rapporto Gsma indica che la quinta generazione supererà il 60% delle connessioni mobili nel Paese entro fine anno, con una proiezione vicina al 90% nel 2030. Pechino controlla già oltre quattro connessioni 5G su dieci nel mondo, avendo sfondato il muro del miliardo di utenze nel 2024. Il 5G-Advanced è disponibile in più di trecento città della Cina continentale e conta oltre dieci milioni di utenti attivi.










