Oltre 2.000 reperti informatici stavano per finire nel dimenticatoio dentro un magazzino abbandonato della Germania occidentale, e invece sono tornati alla luce raccontando quasi mezzo secolo di storia della tecnologia. La vicenda è stata raccontata dal Computer History Museum e risale al 2006, quando una delle operazioni di recupero più imponenti mai realizzate dalla sua squadra di curatori si è conclusa con il trasferimento negli Stati Uniti di questo enorme patrimonio.
Tutto parte dalla città di Castrop-Rauxel, poco lontano da Dortmund. Un consulente fiscale del posto segnala al museo che dentro un grosso edificio a tre piani ci sono numerosi sistemi informatici storici. Bastano alcune fotografie inviate per far capire che qualcosa di importante è custodito lì dentro, al punto che due curatori partono subito per andare a vedere con i loro occhi.
Quello che si trovano davanti è quasi surreale. Un edificio grande quasi come un hangar aeroportuale, pieno fino all’orlo di computer, periferiche, documentazione tecnica e supporti di memorizzazione di epoche diverse. C’è di tutto, dalla tecnologia del dopoguerra fino ai primi anni del Duemila.
Schede perforate, floppy disk e macchine dell’est
Per gestire una mole simile di materiale, il team organizza un sistema di catalogazione basato su pallet, una specie di griglia di raccolta dentro la struttura. Tra gli oggetti spuntano schede perforate degli anni Trenta, computer arrivati dai Paesi dell’ex blocco orientale, sistemi europei degli anni Ottanta, nastri magnetici, floppy disk, DECtape, dischi rimovibili e tantissime apparecchiature legate ai grandi calcolatori del passato. Non mancano nemmeno software, manuali e documenti tecnici di notevole valore storico.
La domanda viene spontanea: da dove arriva tutta questa roba? Le indagini collegano la collezione a un professore dell’Università di Aquisgrana, specializzato in elettronica e sistemi di elaborazione dati. Il dettaglio più curioso è che, quando il museo scopre il deposito, il docente è ancora in vita. Una circostanza che rende ancora oggi difficile capire come una raccolta così vasta sia potuta finire abbandonata in un magazzino.
Alcune delle macchine recuperate mostrano i segni del tempo in modo evidente. Dentro certi dispositivi è cresciuta della vegetazione, mentre vecchie apparecchiature sono rimaste per anni esposte agli escrementi degli uccelli che nidificavano nel capannone. Dopo un lungo lavoro di identificazione, pulizia e confronto con il materiale già presente nelle collezioni del museo californiano, vengono selezionati e catalogati 2.056 reperti.
Sette autoarticolati per riportare tutto negli Stati Uniti
Sembra poca cosa, e invece no. Il trasporto richiede una logistica fuori dal comune, l’equivalente di sette autoarticolati pieni di attrezzature storiche. L’importanza del ritrovamento spinge persino il museo ad ampliare i propri spazi, che ora dispone di una nuova struttura climatizzata pensata apposta per la conservazione di questi cimeli.
Una mole di oggetti che, messi insieme, raccontano l’evoluzione dell’informatica partendo dal dopoguerra fino ad arrivare alle soglie del nuovo millennio. Schede, nastri, dischi e calcolatori che senza quella segnalazione sarebbero rimasti chiusi in un edificio dimenticato, a deteriorarsi lentamente tra polvere e umidità.