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Un reattore nucleare sulla Luna entro il 2030 non è più un’idea relegata ai convegni scientifici ma un obiettivo con una scadenza ben definita. Gli Stati Uniti hanno intenzione di portare sul nostro satellite un piccolo impianto a fissione, e una tabella di marcia così stretta fa nascere una domanda piuttosto spontanea. Perché tanta fretta? La risposta ha a che fare con l’energia, certo, ma anche con una competizione che coinvolge più di un paese.
La questione dell’energia lunare è al centro della discussione già da tempo, e le soluzioni sul tavolo sono diverse. Una delle più recenti arriva da Blue Origin, che ha scelto di puntare tutto sulle rinnovabili per alimentare una delle prime colonie lunari. Più che di un progetto vero e proprio sarebbe corretto parlare di un approccio, anche perché al momento è difficile stabilire se una sola torre solare, o magari più di una, potrebbe bastare a coprire il fabbisogno di un insediamento umano. Un dettaglio tutt’altro che secondario quando si ragiona su qualcosa che deve funzionare senza interruzioni.
Perché il nucleare convince più del solare
Proprio queste incertezze spiegano come mai una delle strade più discusse e battute sia quella del nucleare. La differenza rispetto alla proposta di Blue Origin è sostanziale. In questo caso si può parlare di un progetto concreto, con tempi precisi e attori istituzionali ben identificati. Il piano statunitense rientra infatti nella strategia con cui NASA e Dipartimento dell’Energia vogliono rendere possibile una presenza umana stabile sulla Luna, e non soltanto qualche missione di breve durata.
L’obiettivo dichiarato è disporre di una fonte in grado di produrre energia in modo continuo, a prescindere dalla luce solare e dalle fortissime escursioni termiche che caratterizzano l’ambiente lunare. Ed è qui che il reattore a fissione mostra il suo vantaggio principale. Un impianto solare dipende inevitabilmente dalla presenza del Sole, mentre un piccolo reattore può lavorare senza sosta, indipendentemente da cosa accade in superficie. Per chi immagina una base abitata in maniera permanente, poter contare su corrente disponibile solo quando le condizioni lo permettono rappresenta un limite difficile da accettare. Un reattore nucleare sulla Luna risolverebbe il problema alla radice, offrendo una fornitura costante e prevedibile.
Una corsa che non riguarda solo gli Stati Uniti
C’è però un altro aspetto che aiuta a capire l’urgenza della scadenza fissata al 2030. Gli Stati Uniti non sono gli unici a guardare in questa direzione. Anche altri paesi stanno valutando il nucleare come soluzione per alimentare le future attività sul satellite, e questo cambia parecchio la prospettiva. Quello che potrebbe sembrare un semplice problema tecnico rischia così di trasformarsi in una vera e propria sfida a chi arriva primo, dove i tempi contano quasi quanto la qualità della soluzione adottata.
In uno scenario del genere, arrivare prima degli altri con un impianto funzionante significherebbe mettere un punto fermo nella corsa all’insediamento lunare. Ed è proprio questa competizione, più ancora delle esigenze puramente energetiche, a spiegare perché Washington abbia deciso di stringere i tempi. Il piano resta quello di portare un piccolo reattore a fissione sulla superficie lunare entro il 2030, con NASA e Dipartimento dell’Energia a guidare il progetto come tassello centrale della strategia per una presenza umana stabile sul satellite.
Fonte: TecnoAndroid








